Fino al 28 aprile 2018 la galleria Dep Art di Milano ospita una grande retrospettiva sul lavoro di Alighiero Boetti, dal titolo “ALIGHIERO BOETTI. IL MONDO FANTASTICO” e curata da Federico Sardella. La rassegna descrive, grazie a opere su carta realizzate dal 1965, l’impegno pittorico dell’artista piemontese. In mostra è presenta anche un’installazione del 1979, “Zoo“, finora mai riproposta al pubblico.

Se di segno si tratta, per Boetti allora questo segno diventa il confine sospeso di un mondo immaginario. Un mondo in cui si esprime la grandezza della cifra stilistica di uno maggiori rappresentanti dell’arte italiana della seconda metà del Novecento, che ha saputo variare il proprio modo di approcciarsi all’arte rinnovandosi continuamente, mappando così un ambiente fantastico da cui deriva il titolo della mostra ospite di Antonio Addamiano a Dep Art. Pensare ad Alighiero Boetti spesso significa – nella maggior parte dei casi, almeno – ripercorrere con la mente il tratto del filo che compone magnifici arazzi, mentre balza subito l’immagine di un enorme planisfero, circondato da scritte, al cui interno ogni Stato è rappresentato dalla propria bandiera. È bene ricordare, invece, che il lavoro di Boetti segue anche una linea differente, capace di vivere sì di un parallelismo in cui opere su materiali diversi sembrano non toccarsi, ma anche di unirsi poeticamente. Sono due strade, quella della carte e della stoffa, che sembrano non incontrarsi dal punto di vista tecnico, sebbene, osservando la concezione alla base dei lavori, appaiono evidenti chiavi interpretative simili e feconde, esternate solo da metodi espressivi differenti. Cicli che si susseguono all’interno di una gigantesca concezione del mondo, che restituiscono al pubblico la capacità di immaginarsi una contemporaneità affascinante oltre ogni previsione. Modalità e soggetti si fondono e confondono in un’immensa vena creativa, aggregandosi, moltiplicandosi e andando a comporre tasselli di qualcosa di più grande. Attraverso questa concezione, le carte assumono una valenza differente, punto fondamentale per la comprensione della pittura di Alighiero Boetti: non si tratta di bozze preparatorie, bensì di vere e proprie opere, definitive e strutturate. Condensato in immagini, si svela allora un mondo tangibile e allo stesso tempo fantastico, che ridisegna il regno animale investendolo di nuovi spunti interpretativi. Scimmie, rane, pantere, delfini, zebre, rinoceronti e altre creature diventano così pattern ripetibili all’infinito, elementi decorativi che possono unirsi in schemi mai uguali a loro stessi. Queste opere, grandi fogli 150 x 100 cm, presentano scene che si svolgono all’interno di due “sé”: l’artista, che dall’altro disegna una linea con la matita in mano, è presente due volte, sopra e sotto. Una libertà realizzativa che si concretizza anche nell’installazione del 1979, Zoo, costruita dall’artista per i figli Agata e Matteo. Un’opera resa pubblica, ma allo stesso tempo estremamente privata: come non immaginarsi i due bambini seduti sul bordo del tappeto volate, mentre osservano un’infinita prateria di carta colorata su cui “corrono” animali di plastica non meno reali di quelli in carne e ossa? Da uno spaccato di vita quotidiana, che assume certo da una dolcezza impareggiabile, si può tracciare una doppia concezione dell’opera. Come scrive Federico Sardella nel catalogo, “lei pensa davvero che questo sia stato solo un gioco tra un padre e i propri figli, sotto gli occhi attenti della madre? Non può essere questo il luogo né il momento per dare una rinnovata definizione di che cosa sia o meno l’arte“?