Presentata il 20 gennaio, la seconda Biennale d’Arte di Alessandria OMNIA, titolata “CAOS COLORE”, ha raccolto intorno a sé un gran numero di appassionati. La kermesse alessandrina, aperta fino al 4 marzo 2018, è stata inaugurata nella sala conferenze di Palazzo Monferrato alla presenza del curatore Matteo Galbiati e delle autorità cittadine, che sono intervenute entusiaste. Non è la prima volta che la città si approccia a eventi simili: già da tempo l’arte contemporanea ha vissuto una sorta di “espansione” nei palazzi storici di Alessandria, in un dialogo serrato tra passato e contemporaneità. Dialogo profondo, stimolante e profiquo, che vive dell’interesse di un pubblico che si sta aprendo sempre più all’innovazione, accogliendo un cambiamento di canone spesso difficile e complesso. Proprio per la voglia di far conoscere sfaccettature e declinazioni dell’arte a occhi inesperti, questa Biennale si presenta come momento d’incontro non solo artistico, ma anche culturale. Un evento che succede a quello di due anni fa, definito “una sorta di prova”, di “Anno Zero”, studiato per conoscere la reazione di visitatori e critica. Non una falsa partenza, sia chiaro, ma anzi un inizio che ha portato gli enti (l’Associazione Libera Mente tra tutti, con un ringraziamento particolare a Francesca Parrilla), il Comune e la Provincia a bissare la manifestazione.

Sviscerando la rassegna, Matteo Galbiati riesce a creare un percorso fluido e dinamico, mettendo a confronto 37 artisti (italiani e internazionali) diversi ma, al contempo, accumunati da inclinazioni affini. Il gruppo dei 37 è composto da artisti già ampiamente affermati, da “mid-carrer artists”, usando un termine britannico; e da esordienti. Un percorso che si pone in un’ottica assolutamente giovanile, non solo per alcuni dei partecipanti, ma anche per il contributo degli studenti dell’Accademia Santa Giulia nella realizzazione dell’allestimento. L’obiettivo del curatore è senza dubbio proporre qualcosa di più ampio e corente, un taglio interpretativo che mostra come risultati omogenei abbiano visto la luce in contesti spesso lontani. Mentre la prima edizione aveva avuto una proposta caleidoscopica di artisti italiani, l’approccio internazionale denota covergenze espressive, frutto di ispirazioni diverse ma che giungono a soluzioni analoghe a prescindere dagli anni e dai luoghi. In questo caso si è voluto proporre il caos come “spazio primordiale in cui agire e in cui incanalare elementi nuovi e in divenire”, afferma Galbiati, ponendo l’accento sulla materia principale, ossia il colore, vero protagonista della mostra. Proprio rispettando tale assioma interpretativo, sono stati scelti artisti che lavorano col colore in maniera diversa, con intensità e linguaggi differenti. “Ciò che importa, – continua Galbiati – al di là dei meri incasellamenti che troppo spesso si compiono tra figurazione astrazione, informale, è che ci fosse una comune vicinanza poetica e lirica nei lavori”. Affinità elettive, che si riducono alla scelta di declinazione del colore sulla tela, passando dai monoscromi del belga Marc Angeli, dell’irlandese Robert Dunne o della tedesca Nataly Maier; alle tracce di colore di Ayako Nakamiya (Giappone) o alle tonalità evanescenti dei lavori di Juan Eugenio Ochoa (Colombia).

Nonostante le differenze stilistiche, il percorso espositivo si snoda attraverso una grande architettura orizzontale, che accomuna e non divide, uniforma senza dissipare le singolarità di ognuno. Si assiste così a una successione non gearchica nella lettura delle opere, partendo dalla prima sala, presentata come un grande omaggio a tre maestri italiani: Mariangela De Maria, Giuliano Barbanti e Enrico Cattaneo. Una decisione di cuore, puramente sentimentale, che però trova nell’atto pratico un confronto equilibrato e armonico per temi e suggestioni. Nella divione delle sezioni c’è comunque un forte richiamo ai capolavori precedenti e successivi, che genera un discorso artistico ininterrotto. Forse fa eccezione la sala centrale, dove sono ospitati artisti che si sono formati e hanno lavorato insieme negli anni. Proprio per via di questa crescita, trait d’uonion indissolubile tra personalità distinte, Matteo Galbiati fa riemergere un collettivo (Nuovi Lirici) che vive ancora di visioni condivise. Ciò che comunque emerge è il disarmante equilibrio, che avvinghia l’animo dello spettatore, trasportato così attraverso fugaci attimi di bellezza inesplicabile.

I 37 artisti in mostra sono:
Marc Angeli (Belgio)
Giuliano Barbanti (Italia)
Christiane Beer (Germania)
Mauro Cappelletti (Italia)
Enrico Cattaneo (Italia)
Andrea Cereda (Italia)
Mariangela De Maria (Italia)
Robert Dunne (Irlanda)
Enzo Esposito (Italia)
Grazia Gabbini (Italia)
Leonardo Genovese (Italia)
Greta Grillo (Italia)
Marco Grimaldi (Italia)
Barbara Grossato (Italia)
Adi Haxhiaj (Albania)
Tamas Jovanovics (Ungheria)
Nataly Maier (Germania)
Juan Eugenio Ochoa (Colombia)
Gianluca Patti (Italia)
Mattia Peruzzo (Italia)
Stefania Ranghieri (Italia)
Amedeo Sanzone (Italia)
Osvaldo Spagnulo (Italia)
Attilio Tono (Italia)
Rolando Tessadri (Italia)
Alessandro Traina (Italia)
Simona Uberto (Italia)
Stan Van Steendam (Belgio)
E il gruppo dei Nuovi Lirici composto da:
Valerio Anceschi (Italia)
Roberto Casiraghi (Italia)
Misia De Angelis (Italia)
Alessandro Fieschi (Italia)
Ayako Nakamiya (Giappone)
Pietro Pasquali (Italia)
Rossella Rapetti (Italia)
Tetsuro Shimizu (Giappone)
Valdi Spagnulo (Italia)