Brescia sta cambiando.
Non è un’idea peregrina, bensì un dato di fatto, innegabile realtà che si svela nel quotidiano. Le istituzioni consolidate assistono alla crescita di manifestazioni autonome, sorte dalla volontà di favorire lo spirito di rivalsa che si respira dal Carmine al Centro Storico, sino alla periferia. Steve McCurry, Christo e Mimmo Paladino sono solo alcune delle personalità che hanno cominciato a sfilare lungo un corso che passa dal centro cittadino, per soffermarsi a mettere in dubbio la considerazione che i bresciani possiedono dell’arte contemporanea. Frutto di una politica comunale che ha spinto moltissimo sul consolidamento di un volto culturale bresciano e che trova in Laura Castelletti – già Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Brescia – una figura guida, la Leonessa d’Italia sta dimostrando di sapersi mettere in gioco anche sul campo dell’arte.

Piazza della Loggia, sede Comunale

Pinacoteca: un sonno lungo nove anni

Che la Pinacoteca Tosio Martinengo fosse sogno proibito della cittadinanza bresciana non è un mistero per nessuno. Più interessanti sono le dinamiche che ne hanno permesso la riapertura dopo quasi un decennio di silenzio (ne abbiamo parlato qui, in un’intervista a Laura Castelletti), velate da un retrogusto che ha il sapore di una sfida contro il mondo: la giunta eletta cinque anni fa promise sin da subito un contenitore che potesse essere all’altezza del patrimonio bresciano. Politica e promesse raramente vanno a braccetto, ma stavolta l’eccezione conferma la regola e, nel marzo 2018, la Pinacoteca Tosio Martinengo ha rivisto la luce.
Sono ventuno le sale ammantate di velluto, tanto spettacolari da non sfigurare d’innanzi al talento di Raffaello. Non è un caso, infatti, che i lavori più prestigiosi della collezione siano rappresentati dal genio di Urbino, insieme a un corpus di opere verso cui è stata compiuta una densa indagine, atta a tirare le fila di attribuzione e datazione per ottenere una mappa complessiva della collezione stessa. Anche i restauri che hanno anticipato l’apertura sono stati parte integrante dell’impegno per restituire alla città uno splendente insieme di capolavori, la cui cronistoria parte dal collezionismo di marcato stampo classicista di Paolo Tosio, con dipinti del Cinquecento e Seicento italiano – cui si sommano pale tre-quattrocentesche -, sino al primo Ottocento di Francesco Hayez.
L’intento, dunque, risulta essere la restituzione della complessità del museo e della sua collezione, con un intreccio che si dipana attraverso distinte chiavi di lettura, non mera cronologia bensì una narrazione consapevole di quale sia a tutti gli effetti la storia del collezionismo bresciano.

Palazzo Martinengo e quell’amore per gli animali

Giacomo Ceruti, Vecchio con cane carlino, 1740 circa

È stata presentata alla città la prossima mostra di Palazzo Martinengo: “Gli Animali nell’Arte dal Rinascimento a Ceruti“.
Di fronte a una platea gremita di pubblico, il curatore Davide Dotti e la presidentessa dell’Associazione Amici di Palazzo Martinengo Roberta Bellino hanno illustrato passo per passo le diramazioni che hanno portato alla rassegna che apre i battenti il prossimo 19 gennaio, fino al 9 giugno 2019. Una kermesse a lungo cullata, in una narrazione quanto mai attuale: l’animale supera i secoli e si riconduce al suo legame con l’essere umano.
Cento capolavori, numero fortunato delle mostre targate da Palazzo Martinengo, che segnano in modo considerevole quanto gli animali siano stati fonte di grandissima ispirazione attraverso i secoli. Un vero e proprio “zoo artistico” diviso in dieci sezioni, dall’iconografia religiosa – si pensi a San Rocco, a San Giorgio e il Drago o all’Arca di Noè – ai miti greci e romani, fino alle sale tematiche, dedicate alle figure di cani, gatti, pesci, rettili e uccelli. A chiudere la rassegna, una sala incentrata sulla caccia, una sugli animali esotici e infine sugli animali fantastici, che tanto hanno influenzato l’immaginario sino ai giorni nostri.
La rassegna è patrocinata da WWF Italy e si punta a instaurare una preziosa collaborazione con il Dipartimento di Scienze Naturali e Zoologia dell’Università di Pisa, che si pone di studiare in maniera scientifica le opere selezionate, per ricavare preziose informazioni sulle razze antiche e sulla loro evoluzione nel corso dei secoli.
Le opere provengono da privati di tutta Europa: circa il 70% di queste giungono da collezioni italiane, londinesi, parigine e austriache, con artisti del calibro di Guercino, Ceruti, Grecchetto, Campi, Cavalier d’Arpino, Giordano, Durati, Longhi e molti altri, rappresentati da opere d’occasione, che il pubblico difficilmente può vedere altrove. Dall’intero continente a Brescia, dunque.

SPECCHIO41 e l’elezione del sottobosco

Una città che sta fomentando l’interesse artistico possiede necessariamente anche un sottobosco interessato, partecipe, dove la voglia di uscire dall’ombra delle istituzioni rappresenta una spinta da non sottovalutare.
In tale ambiente, fucina d’idee e arrembaggi all’arma bianca, SPECCHIO41 è avanguardia di un movimento da troppo tempo arrestato. Protagonisti sono due giovani bresciani, Manuel Gardina (Brescia, 1990) e Zen.Zero (Brescia, 1994), che si sono trovati a condividere lo stesso spazio in via Elia Capriolo 41A, laboratorio creativo e studio nel cuore del Carmine.
Sia chiaro: basterebbe allontanarsi di qualche chilometro per rendersi conto di quanto assurda sia la condizione per cui l’apertura di uno studio d’arte rievochi una lotta simile alla presa della Bastiglia. Sa già di “stantio” il ricordo dello spazio diviso da Salvo e Boetti nella Torino degli anni Settanta; ancor di più il quartetto milanese formato da Fontana, Manzoni, Bonalumi e Castellani che cambiò le sorti dell’arte contemporanea italiana; oppure, di nuovo, Venezia con Biennali d’Arte che fanno sospirare i più nostalgici o la Scuola di Piazza del Popolo di Roma, nata da Schifano, Festa, Fioroni e Angeli.
Si sta parlando di altri luoghi e altri tempi, ovviamente, e oggi Brescia può ambire a veder sorgere realtà disposte a impegnarsi per formare un’intera città. È questo, infatti, uno dei punti fondamentali per entrambi i ragazzi: riuscire a creare una forte interazione tra il proprio ambiente e il quartiere, i cittadini bresciani. SPECCHIO41 è un luogo aperto al pubblico, dove non vi sono differenze formali e dove chiunque è il benvenuto. Obiettivo primario è organizzare periodicamente mostre che si differenzino di volta in volta, accogliendo artisti di qualsiasi genere: non solo pittura, ma anche performance, scultura e fotografia, per restituire un’istantanea il più accurata possibile del momento che sta vivendo l’arte italiana, in particolar modo bresciana.
L’inaugurazione del 6 dicembre 2018 si apre con una mostra dal titolo “Maverick“, a cura di Pietro Bazzoli (Brescia, 1991), che espone opere recenti dei due artisti; una doppia personale che è al contempo punto di arrivo e partenza della loro esperienza artistica. Non è un caso che “maverick” sia il termine usato dai cowboy per indicare i giovani capi di bestiame, ancora privi di marchi di riconoscimento. È il primo capitolo di un percorso che si propone di indagare i diversi processi della produzione artistica dei due artisti bresciani, rispettivamente impegnati su elementi come materia e colore. Il percorso espositivo si snoda attraverso le due sale di cui è composto lo studio, dividendo in modo quasi speculare gli spazi: la prima è dedicata alle opere di Zen.Zero, per poi passare a quelle di Manuel Gardina.

Zen.Zero, 500x, 2018

(Ha collaborato Marta Bernasconi).