Palazzo Martinengo di Brescia ospita, fino l9 giugno 2019, la mostra “Gli animali nell’arte. Dal Rinascimento a Ceruti“, a cura di Davide Dotti. La rassegna, patrocinata dal WWF, include 80 capolavori di artisti illustri, come Guercino, Ceruti, Campi, Cavalier d’Aquino, Giordano e Duranti, provenienti da prestiti e collezioni italiane e internazionali.

Gli animali nella vita reale sono compagni fedeli, curiosi, per certi versi umani e per altri bestiali, e così sono anche nell’arte, che racchiude una profonda alternanza di simbologia e affetto durante i secoli, tratteggiando la cronologia perfetta del rapporto tra uomo e animale.

“Fin dalla notte dei tempi”, scrive Davide Dotti, curatore della mostra, “gli animali hanno esercitato sull’uomo un fascino particolare sull’uomo, che li ha rappresentati nei più svariati contesti”

È da questo ideologico punto di partenza, perso in un passato indefinito, che prende il via la kermesse bresciana: non solo il rapporto di padronanza e sottomissione, bensì il profondo senso di appartenenza che intercorre tra essere umano e il resto del Creato. Affetto, cura, significati nascosti (basti pensare ai grifoni che reggono lo stemma crociato di Genova) e sguardi carichi di sentimenti si alternano in ognuna delle 80 opere esposte. Che si tratti di un leone biblico cui è stata estratta una scheggia o del frutto della fantasia esotica in voga nel Settecento europeo, poco importa: ciò che emerge è una complessiva analisi di come sia cambiata nel corso dei secoli la concezione legata all’animale in quanto tale, senza escluderne nessuno. Per questo motivo le sale che si alternano durante il percorso espositivo vogliono evidenziare l’importanza di ogni singola specie.

Credits: Caterina Angelucci – ArtsLife

Si parte dagli animali nella pittura Sacra, dove assume particolare rilievo l’opera del Dandini “Madonna col Bambino e un cardellino”: il piccolo volatile – con capo e collo rossi – stretto nella mano destra di un Cristo infante non è altro che la rappresentazione della Passione cui Egli andrà incontro da adulto. Esempio magnifico della simbologia cristiana legata ai miti biblici, l’opera del fiorentino allievo di Francesco Curradi è solo uno dei capolavori che sintetizzano in un’immagine il complesso mondo che l’arte racchiude attingendo dalla narrazione religiosa.  Altro esempio è “L’entrata degli animali nell’arca di Noè” di Giovanni Battista Castiglione; qui, mentre Noè indica la pancia dell’imbarcazione, tutti gli animali si affollano apparentemente senza ordine in un ribaltamento prospettico tipico del Grecchetto, tranne una coppia di cani: l’uno risponde fedele al richiamo del padrone, l’altro, invece, fissa l’osservatore al di fuori del quadro. Gli animali sono protagonisti non solo delle cronache cristiane, ma anche della mitologia pagana, poi ripresa in pittura da molti grandi artisti, come testimonia “Leda e il cigno” di Francesco Ubertini, opera dapprima etichettata come una copia michelangiolesca e infine giustamente attribuita al Bachiacca, che pure in età giovanile si è spesso confrontato con i lavori di Michelangelo. Nella tela, Leda è morbidamente adagiata su un panneggio stretta a un cigno, che altri non è che Giove in persona. Orfeo, Circe e Ulisse sono invece protagonisti delle opere di Jan Ross, detto Giovanni Rosa: il mito torna in vita con un retrogusto moderno; così come nella “Diana cacciatrice” del Guercino, dove la torsione del busto è enfatizzata dal levriero che l’accompagna. Il capolavoro che meglio sintetizza la seconda sala è, senza dubbio, “Ratto di Europa” del Giordano: popolarissima nei Seicento, la narrazione ovidiana di come Zeus rapì Europa trasformandosi in toro. Animale che Luca Giordano raffigura in maniera estremamente reale, sebbene frutto del mito, mentre Europa, coperta in grembo da una veste rosata e del tutto simile a una Venere, si regge in groppa al toro afferrandone il corno destro.

Si passa poi ai cani, amici prediletti dell’uomo, sala dove svettano due opere di pregevole fattura: la prima di Paolo Antonio Barbieri, che ritrae il Guercino e sua madre insieme a un lagotto, e il capolavoro simbolo della mostra, “Vecchio con carlino” del Pitochetto. Proprio quest’ultima assume una valenza particolare all’interno della sala, poiché, se è vero che Ceruti era famoso per le sue scene di vita quotidiana (non per nulla fu chiamato “Pitocchetto” per via della sua propensione a rappresentare pitocchi), in questo caso protagonista del dipinto è un borghese riccamente vestito che sorregge un carlino. È un quadro del filone dei tipi umani che Ceruti cominciò all’epoca del suo soggiorno veneto, e che fa da specchio a “Vecchio col gatto”, protagonista della sala successiva, dove un solfureo proprietario sorregge un felino bianco. In entrambi i casi si riconosce la medesima visione prospettica, le stesse pose sebbene alternate, la cura nel dipingere particolari quali barba e pelo animale, anche se il proprietario del carlino è dipinto con un impasto smaltato, mentre quello del gatto è definito in maniera meno splendente. La camera successiva è dedicata a pesci, anfibi e rettili, dove una coppia di sottoboschi del Caroselli (“Sottobosco con fiori, farfalle, scoiattolo, lucertola, rane e scena di caccia al leone” e “Sottobosco con calice, brocca, fiori, cigliegie, farfalle, lucertole, lince e scena galante fra due pastori”) antepongono la natura all’elemento umano, ritratto in scene di caccia e amorose.

Credits: Caterina Angelucci – ArtsLife

Si arriva poi alle sezioni dedicate ai volatili, con opere di Giovanni Rosa e Giorgio Duranti, e agli animali da fattoria, con il lavoro di Rosa da Tivoli “Paesaggio con capre” di proprietà di Vittorio Sgarbi e recentemente restaurato – in maniera egregia, viste le problematiche in cui vessava, tra cui dei profondi solchi causati da una prolungata piegatura – a Brescia da Giorgio Orlandi e Andrea Lancini di “Osservatore d’Opera”. Le scene di caccia diventano la chiave interpretativa della sezione successiva, con una sequela d’immagini cruente, che descrivono la reale bestialità degli animali, senza però abbandonarsi al macabro o al violento, bensì rifacendosi alla lotta che è propria del mondo. Forse la più curiosa, “Nani e animali” è la sala che condensa magico e fantastico nel medismo ambito pittorico: assurde, figlie di un’ironia pungente e descrittive di un mondo alla rovescia, le opere “La scuola”, “La bottega del calzolaio” e “L’astrologo” di Maestro della fertilità dell’uovo condensano una ir-realtà paradossale e impossibile, dove rane e conigli confezionano scape per oche; un asino è lo “scolaro maggiore” di un maiale e un porco sussurra le previsioni astrali a una civetta. Si arriva, infine, agli animali esotici e fantastici, dove la narrazione è seconda solo alla sorpresa con cui erano dipinti esemplari rari per gli europei dell’epoca: così l’elefante di Giulio Romano si mette di fianco a quello che Sinibaldo Scorza fa incantare da Orfeo; la leggiadria degli uccelli esotici di Cinatti fa da contraltare al paesaggio enigmatico del “Homo homini lupus” di Pseudo Caroselli o, per assurdo, alla stazza del rinoceronte Clara di Giuseppe De Gobbis.

Credits: Caterina Angelucci – ArtsLife