Spazio Cabinet accoglie la doppia personale dedicata a Ivan Seal e The Caretaker, visitabile nello spazio di via Alessandro Tadino 20 a Milano fino al 2 giugno 2018. L’esposizione segue la linea curatoriale di Maria Chiara Valacchi proponendo una coppia di artisti, in cui però si rompe il binomio pittura – scultura: al posto dell’installazione che solitamente fa da contraltare all’elemento pittorico, stavolta è presentato un progetto di musica sperimentale.

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Courtesy: Spazio Cabinet

Quelle esposte da Cabinet per la sua doppia sono opere che si definiscono attraverso un insieme di significati ermetici. Sono momenti che rivivono sulla tela, costruiti nel processo creativo di Ivan Seal, che si fa interprete di un ricordo appartenente a una zona recondita della memoria: l’immagine, pescata chissà dove all’interno del tempo passato, emerge imperfetta nello spazio pittorico. Tale imperfezione denota, infatti, il distacco dalla figuratività che l’immagine deve avere avuto, per abbracciare un astrattismo perturbante per gli occhi dello spettatore. Sono opere inquietanti, intime e mai completamente partecipate da chi guarda (sarebbe impossibile fare altrimenti: in fondo, sono i ricordi di uno sconosciuto) ma, grazie a questa componente caotica, si caricano dell’elemento fuggevole proprio del mistero che deve essere assolutamente svelato. Sono un insieme di visioni miste a sogni interrotti, dove i confini della realtà hanno da lungo tempo abbandonato il campo di battaglia, lasciando che il quadro sia invaso da spesse pennellate e una luce aliena. L’allestimento non nasconde tale non-sense, ma lo esalta ponendolo all’interno di una sequenza simmetrica addirittura “Lynchiana” – come la definisce la curatrice Maria Chiara Valacchi -, che apparentemente non trova soluzione se non nel solo atto esecutivo. Ciò che resta sono, quindi, i toni soffusi degli sfondi (a volte sostituiti da sfumature cromatiche più scure) e le consistenze materiche che definiscono le figure in primo piano. Queste sfuggono alla comprensione per virare verso un mondo dove logica e raziocinio sono sacrificabili. La densità dell’immagine si definisce anche attraverso l’apporto con cui è steso il colore, tanto da creare (o far immaginare) punti di luce e ombra, livelli alterni di uno stile capace di ipnotizzare nonostante la sua vena incomprensibile. Tali nature morte non sono così distanti dalla concezione classica, come sarebbe lecito pensare: sono elementi che, allontanati dal proprio contesto naturale, vivono in una nuova dimensione artificiale. L’artificio si mischia a un sentimento di malinconia, di estremo non-vissuto, nel momento in cui si ascolta la traccia di The Caretaker: monotona e soffusa, s’insinua nella coscienza amplificando in maniera esponenziale la sensazione d’incompletezza già avvertita con Ivan Seal. Il brano si diffonde nello spazio con note flebili e rituali, nostalgiche, creando un “flusso ondivago tra colore e melanconia” che altera la percezione del pubblico. Da questa unione visivo-uditiva scaturisce un sentimento intenso – il che non significa per forza negativo – sperimentato sulla pelle di un altro, ma comunque affine al proprio animo.