Christian Balzano (1969) è un artista poliforme, capace di porsi domande a cui riesce a dare risposta in maniera fluida e ricercata. In mostra alla sede di Banca Generali a Milano, fino al 27 aprile, con una rassegna dal titolo “Resilienza“, Balzano abbraccia tematiche diverse, in un connubio di similitudini e contrari che delineano una perfetta rappresentazione della condizione umana. Lo fa rielaborando immagini che sono insite nell’animo di ognuno, memorie inconsapevoli che l’uomo porta appresso sin dal primo vagito e che non abbandona mai, anche se a volte non se ne accorge. La sua interpretazione del toro, per esempio, appare estremamente concreta in ogni sua sfaccettatura e, proprio per questo, si eleva senza macchie anche nelle sue debolezze e fragilità. Ciò che emerge è una visione che va ben oltre il mito.
Smart Review ha intervistato il maestro livornese per scoprire cosa si cela dietro alla sua interpretazione di resilienza.

Partendo dalla Sua mostra recente, quella negli spazi di Banca Generali a Milano, si nota che la figura del toro, che racchiude molteplici simboli sin dall’antichità, è al centro del Suo lavoro. Che significato assume nelle sue opere? Com’è nato il progetto della rassegna?

All’inizio ho scelto il toro come icona, cercando di liberarlo da quell’unica interpretazione direttamente legata alla forza fisica e primordiale dell’animale, dandogli nuovi valori che affondano le proprie radici nella cultura e nelle credenze popolari. Oggi è il pretesto per parlare dell’uomo, delle sue debolezze, dei suoi paradossi, dei suoi desideri e dei contrasti in cui viviamo. È proprio dal voler mettere in evidenza questi contrasti e i veloci cambiamenti in atto (geo-politici, religiosi, culturali e di conseguenza sociali) che nasce questo progetto.

Nella mostra, le Sue opere rappresentano la Sua evoluzione artistica degli ultimi anni. Ci può raccontare il percorso affrontato e quali sono le Sue prospettive future?

La mostra nella sede milanese non è un antologica. Ci sono però alcuni lavori precedenti legati ovviamente a quest’ultimo progetto che, in comune accordo con il curatore Marco Bazzini e la Banca, abbiamo deciso di inserire. Ad esempio, “Testa di…rossa” del 2009, una testa di toro completamente rivestita da corni rossi. Qui la “resilienza” sta proprio nell’oggetto “corno”,
simbolo indiscusso di una tradizione antica e nell’atto stesso di toccare quest’oggetto. Poi troviamo “E se fosse un equilibrio…” del 2011, un grande pannello rivestito di lamine d’oro con al centro, all’interno di un piccolissimo tortellino, una telecamera che riporta l’immagine del fruitore su un piccolo schermo incorniciato posto su altra parete. Qui il protagonista è il pubblico, colui che decide di avvicinarsi… l’uomo è “resilienza”. Un altro lavoro del 2013, “Strappo”, è invece un planisfero dipinto e inciso realizzato interamente su cartone riciclato. Qui “resiliente” è il materiale stesso. Esternamente troviamo “A vivam cutem” del 2016, che ha fatto parte del progetto “A pelle viva”, una installazione composta da una bambina in bronzo che tira, o spella, una sfera di 250 cm di diametro rappresentante il mondo, fatto appunto di differenti toni di pelle. Qui la “resilienza” sta nel gesto e nella grande forza di volontà della bimba difronte al mondo intero. L’idea era appunto quella di affiancare ai nuovi lavori alcune opere precedenti, come piccole luci che illuminano il percorso fatto sino ad oggi.

La parola “resilienza” è al centro della rassegna. Non a caso la grande scultura in bronzo realizzata per l’occasione s’intitola “Io siamo resilienza”. Che significato ha per Lei, come uomo e come artista, questo concetto?

Purtroppo o per fortuna, non saprei, non riesco a dividere il pensiero dell’uomo da quello dell’artista. Posso solo dire che il toro a testa in giù “Io siamo resilienza”, scultura urbana in fusione di bronzo su base in acciaio nero specchiato, in cui la sovrapposizione dei continenti disegnano la mappa di Milano, può rappresentare a pieno questo concetto. In bilico tra religione e credenze popolari, bene e male, vita e morte, sconfitta e vittoria. Non è “come” o “da quanto in alto” si cade, ma come ci si rialza. Lo scontro o incontro con il suo opposto che preme per uscire al capovolgimento di fronti, è la metafora di tanti temi che stiamo vivendo.


Dando uno sguardo al passato recente, le Sue opere sono state apprezzate in tutto il mondo: da Buenos Aires (“Luci del destino”, 2009-2010), a New York (“Mine”, Galleria Underline, 2013), da Seul (collettiva “The time we’ve spent and time to leave”, Zaha Museum, 2014) a Torino (“Praestiging Italia I”, progetto Benetton alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, 2015). Come La fa sentire il fatto che persone di culture tanto diverse possano trovarsi ugualmente partecipi di fronte a un suo lavoro?

L’arte è un linguaggio universale: non ha confini e barriere di nessun genere. E’ soggettiva ma non discriminante. E’ sempre stata e sempre sarà un mastice che unisce persone di estrazione culturale, politica e religiosa differenti, le invita ad apprezzare, criticare, scandalizzarsi e porsi domande. E tutto questo mi fa stare bene.

Un altro artista italiano ha fatto della figura del toro la sua firma. Stiamo parlando di Arturo di Modica e del suo celebre “Charging Bull” a Wall Street, New York. Di recente hanno aggiunto la statua di una bambina che guarda con aria di sfida il toro, impavida e coraggiosa, dal titolo “Fearless Girl”. Il Suo collega si è detto indignato, perché la nuova statua cambia completamente il valore della sua opera. Come commenta l’accaduto?

Sicuramente la scultura della bambina posta davanti al toro fa cambiare il senso all’opera iniziale, ma non ci dimentichiamo che è il pensiero dell’osservatore è la cosa più importante.
Vale a dire che dovremmo chiedere a ogni persona che osserva l’opera nel suo insieme che sensazione ed emozione produce… Sapendo che ognuno di noi viene stimolato in maniera diversa da ciò che vede, per una serie infinita di fattori, magari scopriamo che molti hanno la stessa idea iniziale che aveva l’artista, o magari domande e concetti più stimolanti… chissà. Comunque trovo interessante il fatto che un artista abbia messo in dialogo un suo lavoro con quello di un altro a una distanza di tempo così considerevole. Devo dire che il lavoro funziona.

Domanda di rito, che cos’è per Lei l’arte contemporanea?

E’ difficile dare una definizione dell’arte contemporanea in poche righe. Ci sono tante discipline, tanti linguaggi e forme d’arte, oggi più che mai. Tanti mezzi si sono aggiunti nel tempo per fare arte. L’arte visiva a cui appartengo utilizza più di altri questi mezzi, ma non è detto che utilizzare un mezzo contemporaneo, quale ad esempio il computer, ti faccia ottenere un lavoro originale e attuale. Possiamo essere contemporanei anche utilizzando mezzi classici, dipende soprattutto da ciò che si racconta e come lo si presenta. Quindi per me essere contemporanei è osservare, annusare, ascoltare attentamente ciò che ci circonda, quello che sta accadendo e che stiamo vivendo nel periodo esatto in cui ci troviamo. Come dicevo precedentemente, quello che mi interessa è creare un’interazione tra opera e spettatore, per far sorgere domande e dubbi ponendo riflessioni di qualsiasi tipo, creando un punto di vista differente attraverso la mia personale ricerca.