Fino al 20 aprile 2019, presso la galleria Gare82 di Brescia, ha luogo “Solo show”, personale dedicata all’artista bergamasco Dario Tironi.
La mostra, a cura di Federica Picco, si snoda dentro e fuori l’edificio, creando una rete che unifica e dona carattere agli spazi accendendoli di colore, perché così sono le opere di Tironi: forti, carismatiche e impattanti.

La tematica del recupero degli oggetti di consumo della società, negli anni è già stata affrontata in tutte le sue declinazioni, eppure di fronte alle sue opere si ha la percezione di stare osservando qualcosa di nuovo e illuminante.

Riprendendo i canoni della scultura classica, Tironi crea dei corpi plasmandoli da un insieme di oggetti di scarto, arrivando così a nobilitare la materia dandole nuova forma.

L’aspetto incredibile delle sua arte è che sembra riuscire a regalare un’anima alle sue figure che risultano vive e partecipi nello spazio.

Le sue opere vanno osservate con attenzione, prendendosi del tempo e guardandole da tutte le prospettive, perché ogni dettaglio è studiato nella sua singolarità.

Interessante è il dialogo che si forma tra gli oggetti riutilizzati, che sono nella maggior parte apparecchi elettronici rotti, e le figure che paiono automi, robot.

Pare quasi che questi si nutrano dei propri stessi componenti, trasmettendo l’idea di una società veloce, consumista, per cui ogni tecnologia risulta superata dopo poco. L’impressione è amplificata dal fatto che molti degli oggetti – rotti e scomposti – siano estremamente riconoscibili, avendo fatto parte della crescita di ognuno, e in qualche modo trasmettano tale finitezza anche all’osservatore.

All’interno del percorso espositivo s’incontrano anche due statue bianche, che risultano apparentemente distaccarsi dallo stile e dalla poetica di Tironi: sono coperte di una resina tanto nera da sembrare petrolio, liquido denso che impatta con il candore proprio delle statue stesse che, per fattezza e tono, si riconducono al armo pur essendo di cemento. Tironi genera dunque una rottura, un cortocircuito, un momento di spaesamento dato dalla frattura tra ciò che si percepisce e ciò che realmente è. Questo porta a indagare meglio e a scoprire che, nel caso della fontana, il liquido pesante in realtà sgorga lento dall’anfora della giovane protagonista.

Ecco, di nuovo, che da qualcosa di morto, di passato, con un guizzo spunta la vita, inaspettata.

La suggestione delle opere si amplifica la sera, quando il buio nasconde lo spazio circostante e proietta in una dimensione quasi surreale, come se le figure si animassero e iniziassero a muoversi sotto le luci dei faretti, come in uno spettacolo teatrale.

Giulia Zanini