Fino al 17 giugno 2018 Reggio Emilia ospita la tredicesima edizione di FOTOGRAFIA EUROPEA, dal titolo: “Rivoluzioni – Ribellioni, Cambiamenti, Utopie“. Curata da Walter Guadagnini, la manifestazione si dirama attraverso palazzi e luoghi storici – alcuni dei quali aperti al pubblico per l’occasione – del capoluogo emiliano, che ospitano mostre, aventi, conferenze e attività formative inerenti al tema scelto per l’edizione 2018: la rivoluzione, appunto, intesa sia dal punto di vista culturale e ideologico che politico e istituzionale.

Joel Meyerowitz, Dairy Land, Provincetown, Massachusetts, 1976 © Joel Meyerowitz courtesy Polka Galerie

Da Parigi a Teheran, dal Massachussets al Vietnam passando per Hong Kong, Roma, Rawabi, Ho Chi Minh City, Palmira, per giungere infine a Reggio Emilia. Più che europea, la visione che la manifestazione emiliana regala ai visitatori è uno scorcio di mondo, nella sua interezza e complessità. Si alternano rivoluzioni che mischiano sacro e profano, rivoluzioni culturali, di genere e di popoli, che aiutano a comprendere come il presente sia cambiato e – forse – quali strade prenderà. Si può pensare che la Penisola non sia patria di rivoluzioni, ma prestando attenzione a ciò che FOTOGRAFIA EUROPEA 2018 propone è impossibile non sentire un forte senso di affiliazione per sconosciuti che hanno disegnato, con le proprie azioni, i confini della civiltà moderna. Poco importa che questa sia la vita da hippie anni settanta o la giornata di un uomo in Iran: non sono altro che sfaccettature diverse con cui l’essere umano prova a testimoniare la propria esistenza e a manifestare i propri diritti. Il collante che permette la realizzazione di tutto questo, manco a dirlo, è la fotografia. In un’epoca che ha abituato il pubblico internazionale a vivere la rivoluzione attraverso il reportage, FOTOGRAFIA EUROPEA prima di tutto riflette su ciò che è la testimonianza, riuscendo a discostarsi dalla semplice immagine in favore di un sentimento che spiega come i fautori del “cambiare” siano soprattutto le persone, e non soltanto le idee. Il taglio delle mostre che costellano i vari luoghi storici di Reggio Emilia, infatti, è incentrato sulla presenza umana all’interno della situazione sociale, quale essa sia: non ci si scorda nemmeno per un attimo che, dietro alla macchina fotografica, c’è un essere umano e la bellezza della manifestazione si condensa proprio in questo. Pare che la fotografia sia il mezzo con cui diffondere e conservare idee, movimenti, gioie, passioni e sentimenti.

Elio Ciol, Palmira la Via Colonnata, 1996 © Elio Ciol

Percorrendo tale fil rouge, Palazzo Magnani ospita la rassegna “SEX & REVOLUTION! Immaginario, utopia, liberazione (1960-1977)“, a cura di Pier Giorgio Carizzoni e sotto la direzione scientifica di Pietro Adamo, che, con un corpus di più di 300 reperti d’epoca, ripercorre lo spirito liberatorio di una generazione e unendo così in un rapporto dialettico arti, culture, diversità e i diversi modi di approcciarsi al tema del sesso. Centro della kermesse è, senza dubbio, il rapporto con il proprio corpo e la relazione con quello altrui: tematica fino a pochi decenni fa considerata ben oltre un tabù anche nei paesi di matrice occidentale, e la ripercussione in ambito sociale, con il cambiamento di atteggiamenti che investì le consuetudini sessuali della popolazione, l’immaginario collettivo e persino il matrimonio. Lo stesso lasso temporale, ossia la fine del secolo scorso, accoglie anche un’altra rivoluzione, quella più tecnica portata avanti da Joel Meyerowitz in ambito fotografico. Palazzo da Mosto omaggia il maestro contemporaneo con una retrospettiva titolata “Transitions, 1962-1981“, a cura di Francesco Zanot, che presenta una Parigi inedita, una ville lumiere in bianco e nero catturata in immagini di una bellezza disarmante, unita alle vedute americane di Providence in Massachusetts. Le strade, i suoi protagonisti sconosciuti, il quotidiano capace di testimoniare il vissuto sono il centro di ciò che sarà la street-photografy. Dalle strade illuminate dell’Occidente a quelle sabbiose dell’Iran il passo è molto più breve di quanto sia lecito pensare, soprattutto se la ricerca è la stessa. Lo stesso sguardo indagatore di anime produce un’eco che si declina alla perfezione anche nel cambiamento che il popolo iraniano ha vissuto nell’ultimo secolo. “Genesis of a Latent Vision: a Window onto Contemporary Art Photografy in Iran“, a cura di Reza Sheikh e Germana Rivi, ripercorre la realtà di un mondo diverso, spesso misterioso e dove tradizione e moderno si mischiano, per mezzo di nove autori iraniani che testimoniano non soltanto l’evoluzione dell’approccio alla fotografia, ma documentano anche i vari mutamenti sociali e concettuali. Dall’antica Persia all’industrializzazione, dalla rivoluzione islamica alle influenze occidentali, si ha una sintesi esaustiva di un mondo alla perenne ricerca di un equilibrio tra la propria storia millenaria e l’apertura alla modernità.