Fino al 10 giugno 2018 è possibile visitare, al Museo del Novecento di Milano, la mostra personale “Non ti abbandonerò mai” dell’artista Franco Mazzuchelli, a cura di Sabino Maria Frassà e Iolanda Ratti. L’esposizione, attraverso circa sessanta opere, ripercorre la ricerca e la poetica dell’artista tra i primi anni Sessanta e gli ultimi anni Settanta, svolgendo un viaggio simbolico in cui l’utilizzo di materiali plastici e l’indagine su vari temi sociali si intrecciano indissolubilmente.

Arte come reazione, arte come strumento sociale e documentazione

La ricerca di Franco Mazzuchelli, intima e visionaria, non ruota solo attorno all’arte come intervento sociale, ma disfa i nodi più indistricabili dello stesso sistema dell’arte, dei suoi luoghi comuni e delle sue convenzioni. Per l’artista “l’arte ha un ruolo sociale che non dovrebbe mai essere mercificato” e porta avanti quella che – oggi più che mai – necessita di essere definita una battaglia, dalla scelta delle opere e del loro materiale alla loro collocazione, dalla decisione di venderne un numero esiguo al fabbricarsi da sé le cornici, dal fare arte seguendo una urgenza vera e propria piuttosto che una moda, al provvedere economicamente per se stesso nella realizzazione delle opere.

A.TO A.

È il 1964 quando Mazzuchelli realizza “Abbandoni“, sculture in PVC che vennero “abbandonate” in luoghi pubblici urbani o naturali, a disposizione dei passanti che inconsapevolmente divennero prima spettatori e poi performer. Le sue opere divenivano tali nel momento in cui il passante interveniva con esse, in una forma di dialogo continuo, casuale e immediato in un tempo circoscritto. A.TO A. (in inglese: art to abandon) è la sigla che accompagna le sue operazioni e contrassegna quella che lui considera una missione, il cui ruolo funge da miccia per innescare un processo dai risvolti inaspettati e incontrollabili dove vi è un’unica certezza: è destinato a scomparire.

Respiri che creano forme

La scelta e la consapevolezza insiti nel produrre qualcosa che è destinato a scomparire non è casuale, ma deriva da una sottile riflessione sul concetto del non-luogo, sui luoghi convenzionali dell’arte e su come una operazione artistica possa definire il luogo stesso. Da questa riflessione l’idea di passare da sculture alla creazione di ambienti realizzati in polietilene – materiale leggere e opalino – e gonfiati con aria in modo continuo. Gli ambienti si espandono, l’aria diviene materia artistica e i respiri danno vita a nuove forme.
Franco Mazzuchelli inizia così ad indagare più che mai sullo spazio e sul suo significato, su come potesse divenire arte e prendere forme sempre diverse in luoghi sia interni che esterni: da qui le sue cosiddette Sostituzioni e Riappropriazioni. Molto importante la Sostituzione alla Triennale di Milano del 1973 quando l’artista occupò il salone d’ingresso con una stanza enorme dai variabili confini, sconvolgendo e alterando così la percezione del luogo inteso in questo caso come spazio architettonico. Diversa fu invece l’operazione nel 1975 al Parco Sempione dove l’urgenza fu quella di restituire al parco una nuova prospettiva del proprio spazio naturale, creandone uno sia abitabile che percorribile.

Documentare è reagire

Contaminare lo spazio e documentarlo: il fil rouge su cui ruotano le opere di Franco Mazzuchelli è quello della documentazione e della reazione, dove il vedere viene considerato come un vero e proprio atto reazionario. Infatti dal 1964 al 1979, in modo parallelo alle sue operazioni, l’artista produce opere documentative. Durante il percorso della mostra il visitatore si imbatte nei montaggi fotografici delle sue azioni, assemblati e modificati nel tempo dallo stesso artista, che creano una sorta di collage concettuale in cui dialogano tra di loro fotografia, scrittura e ritagli di plastica conservati come delle “reliquie”. Le fotografie, non perfette tecnicamente ma molto significative, sono frutto anche di collaborazioni fotografiche tra cui quella con Enrico Cattaneo. Questi lavori nascono in realtà da una esigenza privata e dal desiderio di dare al ricordo privato una sembianza materica; tuttavia inevitabilmente rispondono a quel profondo desiderio di lasciare una un’orma, una traccia a quelle azioni materialmente immateriali. La mostra racchiude in un corpus organico e coerente queste documentazioni insieme ai film girati dall’artista in Super8, locandine, pubblicazioni, manifesti e testimonianze di lavori svolti sia in spazi considerati non adatti a contenere e ospitare operazioni artistiche sia in spazi ritenuti tali come le gallerie d’arte. Il risultato è un percorso completo capace di immergere il visitatore nella ricerca artistica dell’artista propria di quegli anni e in un’indagine su tematiche ancora molto vive e in continuo mutamento, proprio come le sue opere. Franco Mazzuchelli una volta disse che ci vogliono “cinque secondi per capire le cose“. Anche in questo caso, bastano cinque secondi per capire quanto sia stato importante il suo modo di fare ricerca e quanto sia ancora in grado di offrire stimoli e spunti di riflessione.

(Ha collaborato Cristina Morgese)