A Palazzo Reale di Milano fino al 4 marzo è possibile visitare Memoria, mostra dedicata al fotografo James Nachtwey (New York, 1948), prima tappa internazionale di un tour nei più importanti musei di tutto il mondo. L’esposizione propone una imponente riflessione individuale e collettiva sul tema della guerra. Curata da Roberto Koch e dallo stesso James Nachtwey, la mostra rappresenta una produzione originale e la più grande retrospettiva mai concepita sul suo lavoro. E’ promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale, Civita, Contrasto e GAmm Giunti.

Il rumore delle esplosioni pare tanto reale da perforare lo spazio, trasformandosi in una polvere sottile che si adagia lentamente davanti agli occhi del pubblico. Senza dubbio quelle di James Nachtwey non sono fotografie come le altre, poiché rappresentano il lato più crudo e violento dell’esistenza umana. La forza dei suoi scatti riesce a essere testimonianza del dolore di cui è preda il mondo, in una prigionia che sembra non lasciare scampo, tanto forte da oscurare il sole per sempre. Sono scene di guerra, così lontane da apparire irreali, eppure assumono un ruolo fondamentale per comprendere gli estremi del nostro tempo. Perché di estremi si caratterizza la cifra stilistica del fotografo, sintesi dolente di una crudeltà riportata in diapositive di estrema bellezza. Poli opposti che nell’arte spesso trovano momenti di grande affinità, soprattutto dietro a una macchina fotografica. Il risultato è una sensazione di fastidio infondo all’anima, un vuoto interiore che attanaglia lo stomaco e lascia la gola secca, i polmoni svuotati d’aria. Il lavoro di uno dei più importanti fotografi degli ultimi decenni è condensato in tutto questo, ma senza la vena autocelebrativa che spesso accompagna chi vive d’arte. E’ semplice testimonianza, occhio imparziale che si limita a osservare dall’interno violenza, morte e solitudine in diversi angoli del mondo. La fotografia di Nachtwey risulta essere, allora, un gesto di compassione per le vite spezzate a Gaza, per la miseria di Iraq e Afghanistan, per la carestia in Darfur. “Sono stato un testimone“, ammette lo stesso James Nachtwey, “Ho dato conto della condizione delle donne e degli uomini che hanno perso tutto, le loro case, le loro famiglie, le loro braccia e le loro gambe, la loro ragione. E, al di là e nonostante tutte queste sofferenze, ciascun sopravvissuto possiede ancora l’irriducibile dignità che è propria di ogni essere umano. Le mie fotografie sono la mia testimonianza“. Non è un caso che il titolo dell’esposizione sia proprio “Memoria”, più un grido di speranza che un vano esercizio di ripetizione.

Palazzo Reale di Milano celebra l’impegno profuso da parte del fotografo americano in una lotta contro l’ignoranza, un tentativo di mettere la realtà davanti agli occhi della massa, senza costringerli. Le duecento fotografie, divise in diciassette sezioni, sono spunto di approfondimento e arricchimento personale all’interno di un percorso che può definirsi comprensione del mondo contemporaneo. Proprio la consapevolezza è un elemento essenziale per Nachtwey, snodo fondamentale per il processo di cambiamento dello status quo in un intervento a favore della pace. Palazzo Reale ripercorre i suoi anni di lavoro, vissuti da un capo all’altro del pianeta. In Europa, James Nachtwey ha documentato la dissoluzione dell’ex-Jugoslavia, la guerra in Cecenia e i disordini civili in Irlanda del Nord. In Africa, ha fotografato il genocidio in Ruanda, la carestia come arma di distruzione di massa in Somalia e in Sudan e la lotta di liberazione dall’apartheid in Sudafrica. Ha documentato le guerre civili che hanno funestato l’America Centrale negli anni Ottanta – da El Salvador al Nicaragua, al Guatemala – così come l’invasione statunitense di Panama. In Medio Oriente ha coperto il conflitto israelo-palestinese per più di venti anni, le guerre civili in Libano e, più recentemente, la guerra in Iraq, dove è rimasto ferito dall’esplosione di una granata.