Fino al 2 giugno 2019 alla Fondazione ICA Milano, contemporaneamente alla mostra monografica di Hans Josephsohn, è possibile visitare all’interno della project room la prima edizione di Gallery Focus. Il progetto nasce dal desiderio di esplorare la storia delle gallerie italiane dagli anni ’50 a oggi, attraverso varie documentazioni di archivio.
Il primo racconto riguarda un’esperienza milanese di grande rilevanza: la Galleria Ariete di Beatrice Monti. L’esposizione è a cura di Caterina Toschi, ricercatrice e docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università per Stranieri di Siena, con l’allestimento di Cosimo Vardaro.

Abbiamo incontrato Caterina Toschi, per porle qualche domanda rigurardo alla mostra che ha appena inaugurato.

Caterina Toschi – foto repertorio

La storia del mercato dell’arte italiano, soprattutto dagli anni ’50, ha ancora molte questioni da approfondire e curiosità da svelare. Anche per questo nasce Gallery Focus, un programma promosso dalla fondazione ICA Milano dedicato alle gallerie italiane di quegli anni. Quanto è stato importante il contributo della gallerista Beatrice Monti per la città di Milano e per la ricerca artistica italiana?

Grazie ai consigli di Michel Tapié e di Herbert Read, tra le più importanti voci critiche europee – giurati nel 1959 del Premio dell’Ariete conferito ad Alberto Burri (insieme a Franco Russoli, a Ennio Morlotti e ad Antonio Tápies) –, Beatrice Monti è diventata presto uno dei primi mercanti italiani a giocare un ruolo dinamico su entrambe le coste atlantiche. Ha contribuito a costruire negli Stati Uniti l’identità della ricerca artistica italiana stabilendo relazioni professionali e di amicizia con i più importanti galleristi statunitensi, tra cui Leo Castelli, Paula Cooper, Martha Jackson, Sidney Janis e Betty Parsons. In Europa le sue scelte espositive ne hanno rispecchiato la visione e hanno introdotto l’arte americana al pubblico italiano presentando con regolarità le opere di artisti quali Jasper Johns, Morris Louis, Kenneth Noland, Jackson Pollock, Cy Twombly; come anche ospitando nel 1961 una personale di Robert Rauschenberg tre anni prima della sua premiazione alla Biennale di Venezia. Ha inoltre presentato nel 1958 una delle prime mostre fuori dai confini britannici di Francis Bacon, seguita da numerose altre personali di artisti inglesi, tra cui Barry Flanagan, Hamish Fulton, David Hockney, Phillip King, Richard Smith e William Tucker.

Veduta di allestimento Fondazione ICA Milano

 
Il viaggio attraverso gli anni più intensi della Galleria è ricco di documentazione cartacea di ogni tipo. Quali ragioni hanno guidato la selezione dei materiali in occasione della mostra?

Il progetto espositivo di ICA Milano propone una mostra di documenti d’archivio, dunque ho scelto di presentare sei diverse tipologie documentarie: i cataloghi delle mostre; i disegni realizzati dagli artisti come manifesti delle esposizioni per la vetrina della galleria; le schede delle opere; le corrispondenze; le fotografie e le riviste. Si tratta di tracce su carta, fonti testuali e visive che costruiscono una narrazione sulla storia della galleria al di là del protagonismo delle opere.

La Galleria ha saputo tessere importanti relazioni non solo con artisti, critici e famosi galleristi, ma anche con letterati come Ungaretti e Buzzati, oltre che fotografi dal calibro di Ugo Mulas, che hanno lasciato una singolare ‘’traccia’’ nella storia della galleria. Quanto è importante la compenetrazione delle arti nella quotidiana attività di un’istituzione artistica?

A mio parere è importante comprendere come saper dialogare in modo intelligente con altre discipline e con diversi linguaggi artistici al fine di arricchire un progetto di una complessità che altrimenti non avrebbe. Nel 2000 Beatrice Monti della Corte ha, infatti, fondato The Santa Maddalena Foundation, un luogo di residenze letterarie in Toscana – documentato in mostra dalle fotografie di François Halard – in cui ospita, come a suo tempo aveva fatto con gli artisti, scrittori da tutte le parti del mondo. 

Veduta di allestimento Fondazione ICA Milano

Forte passione per l’arte, gusto ineccepibile, sguardo visionario, cura nei dettagli e coraggio. Queste soni sono solo alcuni degli aspetti che hanno caratterizzato e qualificato l’avventura di Beatrice Monti e della sua Galleria. Quanto contano questi aspetti, secondo te, alla luce dell’odierno mercato dell’arte? E cosa ti ha personalmente spinto ad approfondire la storia della Galleria dell’Ariete?

Questo progetto è fortemente legato alla mia storia personale. Mi sono avvicinata a Beatrice Monti inizialmente per motivi lavorativi, durante il mio dottorato; avevo potuto consultare l’archivio della Galleria dell’Ariete mentre ero Junior Scholar al Getty Research Institute. Da un rapporto lavorativo in questi sette anni è nata poi un’amicizia. Sono tornata al Getty grazie a una piccola borsa della Fondazione Santa Maddalena, fondata da Beatrice nel 2000 in Toscana, per proseguire la mia ricerca nel fondo documentario della galleria; inoltre sto lavorando a una monografia con Beatrice sulla storia dell’Ariete che verrà prodotta sempre dalla Fondazione. Senz’altro il suo gusto e la sua personalità hanno determinato la fortuna delle sue scelte espositive e dunque il prestigio acquisito dalla Galleria dell’Ariete. Oggi però il mercato dell’arte è cambiato, nel corso degli anni Novanta ha subito una trasformazione radicale che ha visto sempre più affermarsi una rete di fiere di arte; progressivamente si è affievolita la centralità della galleria come luogo, in grado di riunire nelle sue stanze – come documentano in mostra le fotografie di Ugo Mulas – una comunità di artisti, critici e intellettuali impegnati coralmente a costruire un eccellente progetto di diffusione e mediazione della ricerca artistica.

Cristina Morgese