La figura di Tito Speri si staglia contro il cielo azzurro di una soleggiata mattina di fine gennaio. Siamo fermi ai piedi della statua, nel centro storico di Brescia. Ci siamo dati appuntamento con Davide Dotti, curatore che ha da poco inaugurato la mostra “Picasso, De Chirico, Morandi 100 capolavori del XIX e XX secolo dalle collezioni private bresciane” a Palazzo Martinengo (ne abbiamo parlato qui e qui). Lo vediamo arrivare da lontano, ci raggiunge e stringe la mano con un sorriso cordiale. Di fronte a noi c’è un bar, da cui si sente fuoriuscire un motivetto accattivante. Decidiamo di entrare e ci sediamo l’uno di fronte all’altro. L’abbiamo disturbato in un giorno feriale per parlare della sua nuova mostra, del mercato dell’arte e dei progetti futuri sorgeggiando un caffè.

La sua nuova mostra è incentrata sull’arte italiana, e proprio l’arte italiana sta avendo un grande successo sul mercato, basti pensare al “Salvator Mundi” di Leonardo da Vinci che nel 2017 ha superato ogni record di vendita. Come commenta l’accaduto?

La cosa positiva di una vendita simile è che il quadro sarà destinato alla pubblica fruizione. Il prezzo pagato denota, per certi versi, la “follia” del mercato dell’arte. Siamo abituati a sentire di cifre astronomiche, ma di rado per pezzi antichi. Ciò dimostra che non centrano antico e moderno, perché il “Salvator Mundi” è stato inserito in un catalogo di Post-War Art (arte che va dal dopo guerra in poi). Ritengo sia stata una mossa di marketing straordinaria da parte di Christie’s, perché oggi i buyer con più liquidità sono maggiormente attratti dall’arte contemporanea. Vi investono molto di più, invece di seguire aste dedicate all’arte antica.Non è un caso che Christie’s abbia trovato un acquirente tanto facoltoso. Fortunatamente il dipinto non è destinato a restare in una collezione privata, ma raggiungerà ben presto il Louvre di Abu  Dhabi. Sul prezzo c’è poco da dire: è stata una gara a chi ha più possibilità economiche. Il compratore ha solo dimostrato di potersi permettere un tale record a livello mondiale. Viene da chiedersi se non fosse questo il reale motivo della sua partecipazione… Il dipinto, come l’avevo visto a Londra tempo fa, è un’opera contaminata da vari restauri, quindi di difficile manutenzione. Il lavoro è stato attribuito al genio toscano non senza qualche dubbio, e la critica è certo divisa in merito alla sua effettiva attribuzione. Però qui è stato comprato un “feticcio della contemporaneità“: il quadro rappresenta la star mondiale di un mercato dell’arte che rasenta la follia, segnando uno stacco tra segmento antico e segmento contemporaneo. Gli interessati all’arte antica sono numericamente sempre meno, perché, in sintesi, per essere collezionista del primo devi aver cultura, per esserlo del secondo devi avere capacità economiche. I collezionisti riducono il numero dei lotti aggiudicati e si concentrato su pochi pezzi, preferendo la qualità alla quantità. Nelle aste i lotti da milioni di dollari vanno bene, mentre la fascia media sta risentendo di un periodo vacillante: manca un ricambio generazionale, non ci sono più nuovi buyer. Dall’altro lato, spesso chi compra arte contemporanea lo fa con logiche speculative: spera di puntare su un’opera che, tra dieci anni, moltiplicherà il suo valore. Nell’antico c’è una logica diversa: un Canaletto è tale oggi, così come lo sarà tra un secolo. È vero che molte opere di medio livello acquistate nei primi anni 2000 ora sono corse incontro a una grande svalutazione (-30/40%), ma i “top sale” si sono rivelati degli ottimi investimenti, accrescendo addirittura il proprio valore. È un momento di grande elezione: meno acquisti ma sempre più “top lots“.

Parlando di mercato, non si può non citare l’apparizione di un Picasso alla prossima asta di Sotheby’s il prossimo marzo. Picasso fa subito pensare alla sua mostra di Palazzo Martinengo. Com’è nata l’idea di unirlo a De Chirico e Morandi?

Picasso è un ever-green, sia all’asta che in mostra. Per quel che riguarda la rassegna di Palazzo Martinengo, il Picasso non era previsto ed è entrato nel percorso espositivo molto tardi. Abbiamo atteso il 15 novembre 2017, quando è arrivata l’autentificazione da parte della Fondazione Picasso di Parigi. È vero che la mostra verte su autori italiani provenienti da collezioni private bresciane, ma, di fronte alla possibilità di inserire un quadro con una storia tanto affascinante, che non aveva pubblicazioni e di tale importanza, non potevo escluderla. È diventata un’opera di grande richiamo ed è stata inserita verso la fine del percorso, poiché Picasso ha influenzato molti degli autori a lui successivi. Per esempio Boccioni, che quando raggiunge Parigi assorbì il Cubismo per approcciarsi ai suoi studi sul Futurismo; Vedova, Campigli e tanti altri. Da un lato la sua presenza è dovuta al fatto di essere una novità assoluta, simbolo dell’intera rassegna; dall’altro non si poteva non cogliere l’opportunità di celebrare il lavoro di un artista che tanto influenzò il mondo dell’arte.

Proprio sul Picasso c’è stata una diatriba, inerente a una sua sospetta pubblicazione precedente. Come spiega la vicenda?

Temo che si sia perso di vista la Luna per concentrarsi sul dito, su un cavillo. Un collezionista ha deciso di prestare alla città un capolavoro incredibile, che probabilmente per i prossimi tempi nessuno vedrà più, e la notizia è stata contestata. Sono state polemiche sterili e superficiali, che hanno travisato l’informazione. Sia il sottoscritto sia il comitato scientifico eravamo a conoscenza del fatto che ci fosse un’articolo, che però non era incentrato sul Picasso bensì sul collezionista dell’epoca. Il quadro è stato citato come “Picasso del 1941“, perciò in maniera scorretta (“Natura morta con la testa di toro” è datato “9 maggio 1942“). Dato che le ricerche in sede scientifica non si fanno su quotidiani ma su cataloghi e pubblicazioni accreditate, per noi quella foto d’arredo non costituisce una bibliografia. Indipendentemente da chi sia il proprietario, che non posso citare per vari motivi di riservatezza, la vera notizia risiede nel fatto che un’opera simile sia fruibile per 4 mesi e mezzo, e non in altro. Tanto più che non ho voluto ribattere, perché credo che il modo migliore per rispondere a una polemica sia non rispondere affatto.

In ogni caso la mostra ha registrato più di 2000 accessi il primo weekend…

Un risultato importante, che rappresenta la miglior risposta. Il giudizio del pubblico è la cosa più importante e c’è stato un feedback entusiastico. Rispetto alla mostra del 2017 “Da Hayez a Boldini“, i dati hanno registrato un incremento di accessi del + 60% e quindi, da curatore, non posso che essere soddisfatto. Il trend di Palazzo Martinengo è in continua crescita e ci sono sempre più visite e affezionati. Palazzo Martinengo è diventato un brand culturale, una sede espositiva dove gli appassionati sanno che nel primo semestre c’è una mostra bella da vedere. Era l’obiettivo che mi ero preposto e che adesso, dopo cinque anni, ho raggiunto. Ciò dimostra che vale la pena investire risorse ed energie in un progetto simile.

Tra le quattro mostre di Palazzo Martinengo che ha curato finora, ce n’è una che ricorda con particolare affetto?

Sicuramente ricordo la mostra “Il cibo nell’Arte“, perché è stata l’unica mostra esterna al circuito di EXPO a essere patrocinata da EXPO stessa. Ha toccato un tema che, nel 2015, è stato analizzato in maniera straordinaria da molte realtà della cultura nazionale. Tutt’oggi ricevo e-mail in cui mi si chiede di partecipare a conferenze sul cibo nell’arte. Lo scorso novembre ho presenziato a un meeting all’Istituto Italiano di Cultura a Malta, su invito dell’ambasciatore italiano, proprio per dare il mio contributo all’evento. Il tema food e il tema arte sono delle chiavi fondamentali per l’Italia, dal punto di vista economico, di ripresa e crescita culturale. Quella mostra ha saputo coniugare due tematiche strategiche per il presente e il futuro del Paese.

Ha già in mente un altro ciclo?

Sto già lavorando alla mostra 2019. Non posso anticipare nulla, chiaramente, ma mi piacerebbe trattare un argomento molto caro agli italiani e che direttamente o indirettamente tocca ciascuno di noi. Sarà una mostra tematica. Con il 2019 si chiude il primo lustro a Palazzo Martinengo e poi, se da parte di tutte le personalità ci sarà l’interesse di continuare questo lavoro di squadra con gli stessi intenti, si faranno le valutazioni del caso. Il traguardo da raggiungere è far diventare Brescia una città culturale, oltre che industriale, e avere un calendario fitto e variegato è la strada giusta da seguire.