Laura Castelletti, Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Brescia, si è resa disponibile per un’intervista alle soglie delle elezioni comunali del prossimo 10 giugno. Nonostante l’agenda densa di appuntamenti e colloqui, la Vicesindaco ha trovato il tempo per parlarci di come la città sia cambiata negli ultimi anni, dei traguardi raggiunti e dei progetti futuri per rendere la Leonessa d’Italia degna di tale soprannome. Un impegno profuso all’inverosimile, che accoglie idee nuove e progetti in atto nel raggiungimento di un traguardo che è il bene comune.

Tra tutti i progetti portati avanti in questi anni, quale le ha dato più soddisfazione?
Senza dubbio la riapertura della Pinacoteca è stata la sfida più grande. Da un lato perché, ai tempi del nostro insediamento in Loggia, si sentiva la mancanza di un luogo simile, che i bresciani hanno amato intensamente. Era lo scrigno che custodiva i tesori della città. Dall’altro, rispetto alle nuove generazioni, si è assistito a nove anni di vuoto. L’edificio era aperto, sventrato e nei due anni precedenti non erano stati devoluti fondi al suo mantenimento. La Pinacoteca era abbandonata a se stessa, con le opere sacrificate tra Museo Santa Giulia e Museo Diocesano. Accolsi subito la sfida: ricordo che, in occasione della prima mostra inaugurata a Santa Giulia, esternai il mio impegno per la prossima riapertura.

Come si sono svolti i lavori?
Tutta la giunta comunale ha abbracciato con entusiasmo il progetto, a riprova di quanto il Comune abbia investito in ambito culturale durante il mandato. Innanzitutto c’è stata una grande ricerca delle risorse, sponsor e la partecipazione al bando come Emblematici Maggiori di Fondazione Cariplo. È stato faticoso, poiché volevamo riconsegnare un simbolo cittadino il più presto possibile, e la mattina dell’inaugurazione ho insistito per fare entrare prima di tutti le scolaresche. Era un modo per consegnare alle generazioni future qualcosa che mancava da troppo tempo. Le migliorie non sono certo terminate: si sta studiando la realizzazione di una copertura in vetro dell’area del cortile, per porre all’interno un “giardino d’inverno” da vivere tutto l’anno, abbinando interventi d’arte contemporanea.

L’interesse per l’arte contemporanea, infatti, è il suo “marchio di fabbrica”. Numerosi i suoi interventi, ma non si sente la mancanza di un luogo cardine della contemporaneità a Brescia? Non crede manchi un vero e proprio “museo d’arte contemporanea”?

È vero che di arte contemporanea, a Brescia, si è parlato sempre troppo poco. La presenza di Massimo Minini alla presidenza di Brescia Musei è stata per noi una grandissima opportunità, poiché la sua visione e le sue esperienze ci hanno permesso un cambio di passo importante. Abbiamo così iniziato a portare in modo significativo il contemporaneo nella vita quotidiana dei bresciani. Le opportunità sono state diverse: l’incontro con Christo per il suo The Floating Piers, da cui è nato un fitto dialogo tra la mostra dedicata al Museo Santa Giulia e ciò che accadeva sul Lago d’Iseo; Mimmo Paladino Ouverture ha reso il centro storico un vero e proprio museo a cielo aperto, vissuto quotidianamente e in modo diretto; Brescia Photo Festival in due edizioni ha portato fotografi del calibro di Steve McCurry e Ferdinando Scianna; il progetto Sub-Brixia ha posto l’arte contemporanea in metropolitana, con opere di collezionisti; il Fachiro di Gabriele Picco nella Crociera di San Luca, espediente un po’ provocatorio ma di sicuro impatto; gli spazi di CARME, aperti da pochissimo ed emblema della riqualificazione di un intero quartiere (Quartiere del Carmine, ndr). Da poco è stato anche presentato il progetto di riqualificazione del Castello con Brescia Musei, dove immaginiamo degli interventi dedicati all’arte contemporanea. Altri nomi che sono stati vicini alla città possono essere quelli importanti di Anish Kapoor e Gormeley. Questo è possibile grazie alla grande intesa presente tra Massimo Minini e Stefano Di Corato, direttore del Museo Santa Giulia.

Lei ha nominato personalità di spicco del mondo dell’arte. Cosa ricorda del rapporto con loro?
Ricordo un episodio divertente. Mi trovavo in Piazza del Duomo con Stefano Di Corato, Ferdinando Scianna e Mimmo Paladino. Scianna e Paladino si sono confrontati per mezzora sulla miscela del caffè, scambiandosi impressioni e consigli su miscelazione, dosaggio e metodo per tritare i chicchi. È stato emozionante: un momento di estrema quotidianità da parte di due maestri italiani, riconosciuti in tutto il mondo. Anche l’incontro con Christo è indelebile. Avevo appuntamento in Piazzale Arnaldo con il curatore della mostra, Germano Celant, per discutere del progetto. Arrivata la macchina, vedo uscirne Christo in persona che esclama: “Surprise!“. Di Dario Fo, invece, ricordo il suo essere istrione, teatrante sebbene fosse fisicamente molto provato. Sono state esperienze di grande impatto per la semplicità che le caratterizza, dimostrazione che anche i “mostri sacri” sono esseri umani.

Proprio l’opera di Christo ha dato molto risalto alla Provincia di Brescia…
The Floating Piers è stata un’esperienza unica, che a un anno di distanza fa vivere il Lago d’Iseo. Christo sa essere geniale, nella semplicità dell’uomo che è, e ha apprezzato il coraggio con cui il suo sguardo è stato accolto, rendendoci l’onore di esporre un progetto simile sul nostro territorio.

Anni fa Brescia era la “città degli Impressionisti”. Passare a Mimmo Paladino non è stato un salto troppo ampio?
Marco Goldin, gli Impressionisti e il lavoro di quegli anni sono stai importanti, perché hanno permesso alla città di posizionarsi come realtà d’arte. È stato un modo per far capire che Brescia ha delle potenzialità. Quando ci siamo insediati, sebbene le risorse fossero limitate, abbiamo puntato sulla valorizzazione del patrimonio e sulla costruzione di professionalità stabili, che rimanessero in città per la città. Avevamo bisogno di un radicamento forte in ambito artistico, per porre le basi degli sviluppi successivi. L’idea del museo diffuso è nata principalmente dal porre una statua sul piedistallo di Piazza Vittoria, al fine di completare il progetto studiato. Tra i tanti, avevamo preso contatti anche con Gormeley, con cui non si è trovata un’intesa. Mimmo Paladino, invece, non solo ha accettato di buon grado di porre un’opera in Piazza Vittoria, ma ha iniziato a immaginare uno scenario e un itinerario dedicato alla città. Siamo arrivati a quasi ottanta lavori del maestro, in un continuo via vai d’idee. Questo dimostra che, per quanto alcuni progetti si pianifichino con estrema cura, altri si sviluppano in modo imprevisto e con risultati sorprendenti.

Come vede il futuro della città?
La città deve essere fruibile per i giovani. L’idea che se ne vadano da Brescia mi ha sempre fatto riflettere. Volevamo che questa tendenza s’invertisse, che i giovani tornassero a popolare la città. Il fatto che lascino Brescia per studiare o fare esperienze diverse è sinonimo di maturità, ma non deve essere una “fuga”. È una scelta consapevole ed è bello vedere come tornino con la voglia di vivere la città. Mi piace che Brescia si stia modulando sull’aspetto dell’offerta per i nostri ragazzi, che riguarda prima di tutto gli studenti, e ciò abbraccia anche il progetto Erasmus, di cui possiamo dirci orgogliosi. Non è un caso che la Sala di Lettura Umberto Eco abbia sostituito l’Aula Studio Cavallerizza, raddoppiando i posti e migliorando i servizi a disposizione. Gli spazi della Cavallerizza, invece, saranno adibiti ad Auditorium, per non lasciare deserta una zona importante del centro. Sono passi che comportano un cambio di prospettiva: il raggiungimento della concezione di “città metropolitana”, poiché la proposta culturale, oggi, è molto ampia e variegata.