La Fondazione Bano e il Comune di Padova accolgono, in prima mondiale al di fuori del territorio portoghese, l’importantissima Collezione Miró conservata nella città di Porto, nella sede di Palazzo Zabarella, nel cuore di Padova, dal 10 marzo al 22 luglio 2018. Organizzata da Fundação de Serralves – Museu de Arte Contemporânea, Porto, Joan Miró: Materialità e Metamorfosi riunisce ben ottantacinque opere tra quadri, disegni, sculture, collages e arazzi, tutte provenienti dalla straordinaria collezione del maestro catalano di proprietà dello Stato portoghese.

Miró inedito

Si può dire che le prime volte non finiscano mai, anche se ti chiami Joan Miró. Non stupisce, invece, che un nome come quello del maestro della materia si sia legato a filo doppio a una collezione giunta in Italia dopo diverse traversie, quasi un romanzo d’avventura con lieto fine annesso. La rassegna organizzata dalla Fondazione Bano a Padova era già stata mesa in mostra al pubblico di Lisbona l’anno scorso, con lo stesso titolo, ma il racconto che vede protagoniste le ottantacinque opere è ben più lungo. In un primo momento sono state acquistate, intorno al 2004, dal Banco Português de Negociós, che le aveva acquistate da una importante collezione privata giapponese. Negli anni successivi, il Banco subì la nazionalizzazione da parte dello Stato portoghese, che nel 2014, per cercare di risollevarsi dalle difficoltà economiche, decise di mettere all’aste la prestigiosa collezione acquisita. Uno scandalo in grado di sollevare gli animi di moltissimi appassionati portoghesi, che – a ragione – pensavano di perdere una delle più importanti Collezioni dell’artista Catalano. Incaricata della vendita fu Christie’s, decisa ad organizzare l’’asta presso la sua sede di Londra. La protesta contro la vendita – e lo smembramento – della Collezione è stata tanto partecipe da far sì che l’asta dapprima venne rinviata e poi cancellata, così le opere di Miró rimasero in Portogallo. Sono state esposte pubblicamente per la prima volta al Museo Serralves di Porto, tra ottobre 2016 e giugno 2017, in una mostra che ha avuto oltre 240.000 visitatori, un evento che si è dimostrato essere una delle mostre di maggior successo della recente stagione espositiva portoghese.

L’incredibile importanza della materialità

«Se aggredisco un pezzo di legno con una sgorbia», spiegò Miró nel 1959 durante un’intervista, «questo gesto mi mette in un determinato stato d’animo. Se aggredisco una pietra litografica con una matita litografica, o una lastra di rame con un bulino, gli stati d’animo che ne derivano sono diversi. L’incontro con lo strumento e con la materia produce uno shock che è cosa viva e penso si ripercuoterà sull’osservatore». Joan Miró era così, policrome e allo stesso tempo riconducibile a un unico, grande studio che ha per oggetto la materia in quanto tale. È la materialità il tratto distintivo di tutta la produzione artistica del genio catalano, che nei suoi novant’anni riuscì ad estendere all’inverosimile i confini della produzione artistica, diventando punto di riferimento per tutta l’arte del Ventesimo secolo. Il rapporto che intercorre tra mezzo e tecnica è stato il medium del magistrale lavoro che consacrò negli anni Miró come uno degli artisti più amati a livello internazionale, ben oltre i confini nazionali sin dal 1941, quando espose al MoMa di New York. L’inventario dei supporti fisici utilizzati da Miró in settant’anni di attività artistica comprende materiali tradizionali, come tela (montata su telaio o meno, strappata, logorata o perforata), diversi tipi di carta da parati, pergamena, legno e cartone (ritagliato e ondulato), ma anche vetro, carta vetrata, iuta, sughero, pelle di pecora, fibrocemento, ottone, truciolato, Celotex, rame, foglio di alluminio e carta catramata. I materiali – che instaurano sempre un equilibrio delicato con il supporto – includono olio, colori acrilici, gessi, pastelli, matite Conté, grafite, tempera all’uovo, gouache, acquerello, vernice a smalto, inchiostro di china, collage, stencil e dacalcomanie, applicati in maniera innovativa su basi sia tradizionali che poco ortodosse: gesso, caseina e catrame, talvolta combinati con una eclettica gamma di oggetti comuni e materiali quotidiani, come linoleum, corda e filo. Non solo tele, dunque, ma anche arazzi e incisioni, scultura e collage. Un mondo diverso e dalle possibilità infinite, dischiuso per raggiungere quel risultato creativo che era la firma prediletta dell’artista. Il lavoro di Miró su un determinato mezzo aveva sempre delle implicazioni sul lavoro sugli altri mezzi, nella misura in cui l’artista modificava i procedimenti lavorativi per adeguarli alle caratteristiche fisiche di materiali specifici.