Il 12 aprile 2019 si è aperto il festival “Fotografia Europea 2019”, promosso e organizzato dalla Fondazione Palazzo Magnani  insieme al Comune di Reggio Emilia e alla Regione Emilia-Romagna e il sostegno del Ministero per i beni e le attività culturali. Quest’anno il tema del festival, diretto da Walter Guadagnino, riguarda relazioni, legami e intimità.

Se consideriamo le nostre vite e i nostri sforzi osserviamo, ben presto, che quasi la maggior parte delle nostre azioni e dei nostri desideri è collegata all’esistenza di altri esseri umani. Notiamo che la nostra natura somiglia in tutto a quella degli animali sociali
(Albert Einstein)

Che ne sia più o meno consapevole, l’uomo è un animale sociale e come tale vive in relazione agli altri e da essi trae protezione, rifugio, accettazione o isolamento. La vita nasce, perciò, dall’interazione e dallo scontro con l’altro, legami che possono avere varie implicazioni e livelli e che in queste mostre il visitatore può decifrare in molteplici chiavi di lettura.

Palazzo Magnani

A Palazzo Magnani, ideale inizio del percorso, è presente la retrospettiva intitolata A Beautiful Image del fotografo tedesco – poi naturalizzato americano – Horst P. Horst. In un percorso non strutturato cronologicamente ma in modo tematico, la firma del fotografo, visibile a matita a calce della fotografia, accompagna il visitatore di sala in sala. È una mostra che si sviluppa analizzando il tema del corpo, non solo nella fotografia artistica ma anche nei ritratti e nella fotografia di moda, dove non è solo l’abito a esser rappresentato bensì il perfetto connubio tra corpo e stoffa. Fotografie in bianco e nero e a colori, presenti nell’ultima parte, che narrano con eleganza il percorso artistico del maestro. Horst esprime il legame intimo esistente con un luogo: Parigi. Horst stesso scrive: «Fu l’ultima fotografia che scattai a Parigi prima della guerra […] Questa fotografia è peculiare – per me, è l’essenza di quel momento. Mentre scattavo pensavo a tutto quello che stavo per lasciarmi alle spalle».

Palazzo da Mosto

Nello spazio di Palazzo da Mosto si trova un’ampia antologica del fotografo Americano Larry Fink dal titolo Unbridled Curiosity. Oltre 90 fotografie che raccontano, dagli anni sessanta a oggi, i legami tra le persone. Immagini in bianco e nero che, attraverso la loro potenza estetica, riescono a raccontare la “sfrenata curiosità” del fotografo, che attraverso l’obiettivo restituisce immagini vere, intime e reali di persone e luoghi. Un’intimità data dal rapporto che ha con il soggetto: quando scatta, infatti, non guarda dentro la fotocamera, ma mantiene sempre il contatto visivo, come se tra Fink e il soggetto da ritrarre non si dovesse interrompere la conversazione di sguardi.

Riesce, a discapito del contesto, a portare alla superficie la verità. Le sue immagini sono vere perché attraverso l’obiettivo riesce a catturare la vera essenza. Entra in empatia con il soggetto calandosi nel suo mondo con leggerezza, quasi in punta di piedi. Che sia una persona normale, una star o una mantide religiosa cattura quel particolare, quell’elemento, per portare a galla la vera anima nascosta. Non immortala un momento, non ferma il tempo in un attimo, ma fa trasparire l’anima. C’è una foto che testimonia questa straordinaria capacità ed è Peter Beard Opening del 1977, dove solo due elementi emergono dal buio della foto, due mani d’uomo e dei capelli biondi. È Fink stesso a descrivere la fotografia: « è interessante perché ha un aspetto surreale; le mani sembrano trattenere la donna perché non voli via, come se lei fluttuasse o fosse sospesa nell’aria. C’è una dualità insita molto interessante».

Sempre a Palazzo da Mosto è presente anche la mostra Arabian Transfer di Michele Nastasi. Attraverso le sue fotografie rende manifesto come alcune città della Penisola Araba, in particolare Abu Dhabi, Doha, Dubai, Kuwait City, Manama, Riyadh, siano diventate epicentri globali, in cui si fondono e – a volte – confondono identità e tradizioni locali, con immagini e modelli occidentali. Questa serie di fotografie non vogliono rappresentare tale connubio con diapositive a volte contrastanti, ma piuttosto come questi spazi siano vissuti, come le persone vi vivano nella quotidianità, attraversandoli.

Sinagoga

All’interno della Sinagoga trova collocazione la serie di fotografie dal titolo Urban Screens del maestro della fotografia contemporanea Vincenzo Castella. Fotografie di grandi dimensioni che sembrano rappresentare una natura incontaminata, piante e vegetazione tropicali che però sono state scattate all’interno di serre. Così i cactus, che potrebbero sembrare scattati in un ipotetico viaggio in Texas, sono in realtà stati scattati in una serra a Zurigo; così le palme non provengono da una giungla tropicale, e anzi non ne hanno mai vista una, provengono da una serra a Milano. Queste immagini sono reali, perché rappresentano piante vere, ma al contempo restituiscono una realtà falsata, ingannevole. Allestite a terra nello spazio della Sinagoga, lasciano intatto il vuoto dello spazio che le circonda, così che la natura, o piuttosto la sua immagine, rimanga solo appoggiata alle pareti spoglie. Sul fondo dello spazio architettonico, due schermi presentano un’ulteriore evoluzione del processo visivo; una telecamera scorre sulle varie foto mostrando come un’ulteriore realtà falsificata. 

Chiostri di San Pietro

Negli spazi dei Chiostri di San Pietro, riaperti quest’anno dopo i lavori di restauro, sono allestite le mostre che si pongono in dialogo con il paese ospitante. Quest’anno la scelta è ricaduta sul Giappone, paese in cui più di altri sono resi evidenti i legami e le connessioni con la tradizione, che risiede delle stratificazioni storiche del passato, in rapporto  con la spinta di innovazione e ricerca che sta compiendo verso il futuro. In mostra però, non sono presenti solo artisti giapponesi tra cui Kenta Cobayashi, Motoyuki Daifu e Ryuichi Ishikawa, ma anche artisti europei come la francese Justine Emard o l’italiano Pierfrancesco Celada, che dialogano con il mondo nipponico, e che da esso sono stati influenzati.

Nelle opere di Kenta Cobayashi è visibile il tempo che si stratifica ma allo stesso tempo si connette in maniera simultanea. Attraverso il mezzo fotografico, ma soprattutto grazie all’utilizzo dei software di manipolazione digitale, plasma delle opere che permettono al visitatore di accedere, come un portale per andare oltre, una soglia immaginaria per scoprire e esplorare nuovi mondi. In Cobayashi la fotografia non è la rappresentazione della realtà ma piuttosto molteplici rappresentazioni della stessa. È appunto a questo scopo che presenta contemporaneamente la fotografia a parete e il suo negativo posizionato a terra; altro elemento è il video in cui crea dei viaggi all’interno delle stesse fotografie restituendo un altro modo di percorre le immagini, suggerendo in un certo senso al visitatore come osservare le fotografie.

Nelle opere di Motoyuki Daifu, invece, la visione è più intima e personale e racconta del rapporto con la madre. Nella sala sono esposte trenta foto della madre intenta a tagliare una cipolla, atto quotidiano che viene presentato attraverso il particolare punto di vista del fotografo.

Ryuichi Ishikawa, giovane artista e stella nascente della fotografia giapponese, parla della sua città: Okinawa, isola tropicale del Giappone che pur essendo una popolare destinazione turistica risente delle pressioni storiche tra Giappone e Cina e di quelle economiche tra Giappone e Stati Uniti. Una sorta di  terra di tutti, e al contempo di nessuno, costretta a subire manipolazioni che sembrano essere state introiettate nella vita degli abitanti stessi. Nelle fotografie esposte, Ishikawa racconta, attraverso i sui scatti, la storia di Mistugu, che diventa mezzo per affrontare temi quali l’assistenza, il sesso e la società moderna. Così, l’autore ha l’opportunità di raccontare non solo la storia singola di Mitsugu ma, forse, anche quella dell’isola intera.

In mostra è possibile vedere anche le opere dell’artista cinese Pixy Liao che, attraverso la serie Experimental Relationship, mette in discussione la complessità delle relazioni tra uomo e donna, mettendo in scena diverse situazioni. Questa serie è legata alla sua esperienza personale, alla sua relazione con il fidanzato Moro di cinque anni più giovane, che come l’artista stessa afferma, ha ribaltato il suo concetto di relazione. «Da donna cresciuta in Cina, ho sempre pensato che avrei potuto amare solo qualcuno più grande e più maturo di me, qualcuno che potesse farmi da protettore e da mentore». In queste fotografie scardina la concezione che le è stata tramandata e che in qualche modo è insita nella sua idea di relazione, creando delle immagini in cui il ruolo uomo/donna si inverte. Il ribaltamento però non è forzato, non è violento; anzi, è carico di dolcezza e leggerezza senza però perdere la potenza del messaggio. 

La mostra La notte dei tempi , nella quale sono esposte le opere di Justine Emard, si basa sul libro il cui titolo dà il nome alla mostra e che racconta di una spedizione antartica in cui viene scoperta una civilizzazione molto più avanzata. Artista di origine francese, con le sue opere vuole ricercare il punto di incontro e la relazione che si può instaurare tra uomo e macchina e le prospettive che questa relazione può avere nel futuro. Di particolare interesse sono i video presentati che narrano due momenti consecutivi di questa interazione. Il primo si compone di due proiezioni: una in cui sono registrati i movimenti di un robot che si muove reagendo allo spazio in cui è inserito, mentre sulle pareti laterali il video di un performer che riprende e reinterpreta i movimenti della robot. Nella sala successiva l’incontro tra i due. Il performer e il robot sono chiamati dall’artista a instaurare un dialogo fatto di gesti e movimenti, una sorta di danza dove però, al contrario di quello che si potrebbe pensare, non è la macchina a seguire e imitare i movimenti dell’uomo, bensì il contrario. 

Anche l’italiano Pierfrancesco Celada parla attraverso le sue opere del Giappone, in particolare si concentra sulle megalopoli Tokyo-Nagoya-Osaka dove nonostante la concentrazione, o forse proprio per questo, si sta perdendo la connessione tra persone. È appunto a causa della grande metropoli e le enormi possibilità di interazione tra persone che l’individuo tende a isolarsi. Sono proprio questi individui solitari che il fotografo immortala. Dalle fotografie traspare l’osservazione attenta e paziente, quasi fosse un botanico intento a studiare una nuova specie di piante, e dovendola descrivere, dovesse studiare anche il contesto in cui è inserita. Celata fornisce una geografia di solitudini, anche laddove la presenza umana non è visibile rimane tuttavia tangibile. Sono immagini silenziose, in cui lo spettatore inconsciamente è portato a percepire la domanda o le domande che si nascondono nel titolo della mostra: I wish i knew your name. Chi è la persona ritratta? Quali sono i suoi interessi? Come si chiama? Qual è la sua storia?

In The first day of good weather Vittorio Mortarotti racconta, attraverso le sue fotografie, la perdita del fratello, una perdita personale che lo spinge ad una ricerca in Giappone. Esplorazione, che non rimane solo fisica ma che diventa prima di tutto metaforica, una ricerca tra quello che rimane: oggetti trovati, macerie di edifici, sopravvissuti. Il titolo è il comando che il Presidente degli Stati Uniti Harry Truman diede per il lancio della bomba, ossia che avvenisse il primo giorno di bel tempo. Titolo, che forse, permette molteplici chiavi di lettura di questo viaggio fisico e spirituale. 

Nata dalla commissione dello scorso anno, quindi legato al tema Rivoluzioni – Ribellioni, cambiamenti e utopie, è il film appunto Rivoluzioni, di Francesco Jodice, che però interpreta il tema in senso astronomico e di circolarità della storia. Incentrato sui buchi neri, presenta una curiosa coincidenza con la notizia della prima fotografia scattata dalla NASA del buco nero M 87. Il film ragiona partendo da un fatto realmente accaduto, in particolare sull’ultimo messaggio lasciato dalla sonda Kaiju2 il 17 giugno 1989 prima di scomparire appunto in un buco nero.

Un’altra produzione inedita è quella nata dall’incontro con le fotografie di Jacopo Benassi e la danza di due interpreti, possibile grazie alla collaborazione con la Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto. Le opere di Benassi nascono dalla relazione tra le fotografie di corpi, che ha scattato durante gli anni, e la scultura; un dialogo che l’artista ha iniziato ad instaurare e sviluppare proprio dalla tematica proposta quest’anno. Il dialogo non è solo con le fotografie ma anche con il supporto stesso e come vengono esposte; Benassi infatti utilizza la cornice e il vetro, elementi che dovrebbero proteggere e quasi diventare invisibili allo spettatore, ma che gli tratta invece come opere scultoree. Interviene con l’accetta per modificare il profilo in legno della cornice, oppure inserisce due vetri, li taglia in modo che da essi possa entrare non solo l’aria, ma anche lo sguardo dello spettatore. Sono opere che dialogano con lo spazio, perché con esso instaurano una relazione, ma anche con lo spettatore perché manifestano un’instabilità che richiede alle persone di stare attente e di procedere con cautela.

L’ultima mostra è quella di Samuel Gratacap che con Fifty-Fifty racconta una realtà che appare ai nostri occhi lontana ma che in realtà appartiene alla cronaca contemporanea. In questo progetto, che fonde reportage e arte visiva,  racconta la realtà di alcuni individui divisi tra un luogo che al contempo gli accoglie ma che diventa anche luogo di detenzione che si pone appunto a cinquanta e cinquanta. Il racconto che traspare è una storia fatta di umanità, di relazioni e incontri possibili attraverso le testimonianze di chi questa realtà la vive sulla sua pelle e vive in un costante stato di “visibilità e invisibilità”.

All’interno di Fotografia Europea è possibile scorgere una dualità che rappresenta perfettamente il tema delle relazioni e dei rapporti umani (e non solo): due parti spesso in contrasto, che però testimoniano la complessità delle relazioni. Due facce della stessa medaglia, dualità coniugata di volta in volta dai fotografi, come il rapporto tra uomo e donna nelle opere di Pixy Liao, il confine tra possesso e protezione nell’opera Peter Beard Opening di Larry Fink, tra naturale e artificiale nella serie Urban Screens di Vincenzo Castella, o quella che intercorre tra pubblico e privato, tra uomo e macchina, tra vita e morte.

perché la vita è in due maniere,
la parola è un’ala del silenzio,
il fuoco ha una metà di freddo.
(Pablo Neruda)

Beatrice Da Lan