Fino al 21 aprile, Wolfram Ullrich sbarca a Lissone per la sua seconda personale in un’istituzione pubblica italiana, dopo il recente successo al MARCA di Catanzaro.

La mostra, che ha luogo al MAC – museo d’arte contemporanea dal titolo “Wolfram Ullrich RELIEFS” a cura di Alberto Zanchetta, ospita circa venti rilievi degli anni Novanta e Duemila e i più recenti Orbit, ellissi che punteggiano le pareti secondo ogive inconsuete.

“Ogni quadro è anche un oggetto” scrive lo stesso Ullrich, affermazione che bene introduce una ricerca e una sperimentazione volte a distorcere la percezione usuale che si ha dello spazio, nella definizione di nuovi confini.

Ullrich, artista tedesco formatosi all’Accademia di Belle Arti di Stoccarda, fin da subito sente la necessità di portare il concetto di pittura a un livello superiore e lo fa confinando le forme all’essenzialità geometrica, dilatata però dall’illusione di una tridimensionalità tipica della scultura.

I colori sono essenziali: utilizza pressoché i soli primari, espediente che gli consente di rimanere ancorato alla purezza delle forme geometriche tipiche di Mondrian e rende la finzione del volume ancora più verosimile. A differenza del collega olandese, però, le figure non sono confinate nello spazio della tela, ma si fondono con il muro di supporto muovendosi leggere e sinuose, come se navigassero senza punti cardinali.

Spostandosi nel museo, si perde la cognizione dello spazio, che magicamente si trova piegato al volere dell’artista. Sporgenze, rientranze, spigoli emergono incredibilmente tangibili dal muro bianco e liscio del MAC. Inevitabilmente l’istinto porta ad avvicinarsi, osservarlo da più punti di vista e, magicamente, la figura pare cambiare, evolversi seguendo lo sguardo dell’osservatore e docilmente piegarsi come materia viva.

Quella di Ullrich è più un’esperienza immersiva che una semplice mostra, situazione straniante in cui immergersi e lasciarsi trascinare, testimonianza tangibile che l’arte è viva.

Giulia Zanini