Il Complesso del Vittoriano di Roma ospita fino al 1° luglio 2018, per la prima volta in Italia, una mostra dedicata a Liu Bolin (1973), artista performativo cinese che fa del camouflage il suo marchio distintivo, dal titolo “LIU BOLIN. The invisible man“. La rassegna presenta oltre 70 opere fotografiche che ritraggono il performer nel bel mezzo delle sue azioni.

liu-bolin-romaL’uomo invisibile, così lo chiamano. No, non si parla di un supereroe, o almeno non di uno uscito dalla fervida immaginazione di un fumettista che, con la facoltà di attribuire poteri irreali a soggetti quasi perfetti, costringe le proprie creazioni a salvare costantemente il mondo dalla catastrofe imminente. Però, forse a modo suo, Liu Bolin è un supereroe. Non certamente dotato di super-poteri, fa della mimesi un’arma eccezionale, sparendo alla vista e, al contempo, delineando perfettamente i passi dell’essere umano verso la sua stessa rovina. Sembra essere proprio questo l’intento dell’artista cinese, osannato dal pubblico e dalla critica internazionale, che si lascia fotografare immobile di fronte a blocchi di ghiaccio come davanti al Colosseo. Un artista silenzioso – che trovata innovativa, in una realtà in cui una qualsiasi opera si vede appioppare molte più parole di quante ne abbia da esprimere e spesso spese senza cognizione di causa -, che a occhi chiusi si immerge in ciò che lo circonda, facendo così risaltare politiche e problemi, drammi e situazioni che, fino a pochi attimi prima, erano totalmente ignorati. Peculiarità di Liu Bolin è l’autoaffermazione – leggasi, mimetizzazione – in situazioni estremamente contemporanee. Dalla Cina al Grand Tour italiano, percorrendo a ritroso un viaggio irrinunciabile per qualsiasi artista e al contempo scomparso a causa del progresso smisurato, per Liu Bolin fondersi con i contorni del paesaggio non è una scelta sicura, soprattutto in un contesto che privilegia l’eredità culturale.

Viene allora da chiedersi il movente di una presa di posizione, tanto cosciente quanto densa di significati, che lo vede ergersi come pilastro imperturbabile nei confronti del moto incessante che gli sfila attorno. Quasi senza notarlo. È il 2005 quando l’amministrazione di Pechino decide di demolire un quartiere situato nella zona nord-orientale della città, popolato in gran parte da artisti e intellettuali. Un fatto che non poteva che scatenare una reazione indignata, ma Liu Bolin sceglie una via diversa rispetto alle urla del corteo: decide, per la primissima volta, di farsi dipingere in modo tale da confondersi con le macerie dei palazzi abbattuti. Una protesta silente, immobile e allo stesso tempo imperterrita, che squarcia come un grido muto la coscienza liu-bolin-romapubblica, espressa in una modalità artistica che restituisce appieno i suoi sentimenti. È il primo passo di una serie che lo porta a girare in lungo e in largo il suo paese, facendosi immortalare davanti ai più importanti monumenti della Cina, ed esprimendo una forte componente politica e sociale, forse ancora di protesta in alcuni casi. Nasce così la serie Hiding in the City: da Piazza Tienanmen alla Città Proibita le sue membra si perdono nei luoghi cardine dell’urbanizzazione e nei simboli dell’identità culturale cinese. La mostra capitolina tira le fila di questa curiosa – come dire il contrario? – pratica performativa partendo dall’attenta riflessione introspettiva nei confronti di un paese percepito come “proprio”, quindi indissolubilmente legato a origini e a tradizioni millenarie, destinate a mutare continuamente e a non perdersi mai del tutto. Con la banalità dell’aforisma “la Cina è vicina“, Liu Bolin giunge in Italia, confrontandosi con i luoghi simbolo del Bel Paese: Colosseo, Reggia di Caserta, Ponte di Rialto sono solo alcune delle mete scelte come sfondo per le sue performance. Compie il Grand Tour, viaggio di lontana memoria che nel XVII secolo iniziava nel nord Europa per giungere a Roma, abbeverandosi così di fori e monumenti classici con un sentimento d’infinita malinconia. Liu Bolin gira lo Stivale ben due volte, dirigendosi poi a Londra, Parigi e per sfociare a New York, dimostrando che il viaggio culturale alla scoperta della realtà oggi contempla molte più tappe. Hiding the Italy, Fade the Italy e Hiding the rest of the world sono, non a caso, le sue serie successive, testimonianza di una ricerca personale oltre che artistica. Nel mezzo, una campagna per Moncler così come il perdersi in mezzo a supermarket e ai migranti (Cooperations, Shelves e Migrants), “comparendo” in ambienti sociali differenti, lontani anni luce quasi viaggiasse nello spazio. Probabilmente sarà questa la sua prossima meta: l’infinito e oltre, perché Liu Bolin corre lungo questa corda tesa, immaginaria e sottilissima, che demarca il confine tra realtà e un passato già scritto, tra mondi stereotipati e situazioni che ancora non hanno una definizione, facendo dell’invisibilità – caratteristica che viene troppo spesso confusa con un’indifferenza protratta all’inverosimile – la sua cifra stilistica.

liu-bolin-romaIl camaleonte ha la straordinaria prerogativa di cambiare colore per uniformarsi al colore dello sfondo come forma di auto protezione. […] Gli esseri umani non sono animali perché non sanno proteggere loro stessi“. Nato nel 1973 nella provincia settentrionale dello Shandong, Liu Bolin si è formato alla prestigiosa Accademia Centrale d’Arte Applicata come studente del noto artista Sui Jianguo, suo mentore agli inizi della carriera. Liu appartiene alla generazione che divenne adulta nei primi anni Novanta, quando la Cina risorse dalle ceneri della Rivoluzione Culturale e stava iniziando ad affrontare una rapida crescita economica e una relativa stabilità politica. Liu Bolin è conosciuto soprattutto per la sua serie di fotografie di performance Hiding in the City. Dalla sua prima personale a Pechino nel 1998, il lavoro di Liu Bolin ha ricevuto riconoscimenti internazionali. Tra gli altri eventi, le sue foto e le sculture tipiche della sua produzione sono state esposte nel più importante festival di fotografia contemporanea “Les Rencontres d’Arles”, e ha tenuto mostre personali alla Fondazione FORMA per la Fotografia di Milano, al Fotografiska Museet di Stoccolma, al Museo Hendrik Christian Andersen di Roma, alla Dashanzi Art Zone di Pechino, al Centre Pompidou di Parigi, presso la sede delle Nazioni Unite di New York, alla Galleria Boxart di Verona e Erarta Museum and Galleries of Contemporary Art di San Pietroburgo. Ha preso parte come relatore nel 2013 ai TED di Los Angeles. Oggi vive e lavora a Pechino.