Al Complesso monumentale di San Micheletto (Lucca) fino al 2 giugno 2019, la Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti presenta la mostra “L’artista bambino. Infanzia e primitivismo nell’arte italiana del primo Novecento“, a cura di Nadia Marchioni. Una rassegna, basata sugli studi condotti proprio da Carlo Ludovico Ragghianti negli anni Sessanta, che mette in luce i molti legami instaurati dagli artisti della prima metà del secolo scorso con altre forme espressive.

È una mostra lunga cinquant’anni, quella ospitata al Complesso monumentale di San Micheletto, a Lucca. Perché, se nel 1969 Carlo Ludovico Ragghianti ebbe l’intuizione di voler mettere in luce il legame sotterraneo che legava arte e infanzia, ebbe anche la grande umiltà di lasciare ad altri l’arduo compito di non permettere che tale intuizione cadesse nel vuoto. Disegno infantile e arte medievale, di fatto, potrebbero essere poli opposti nelle trame di un discorso che affronta l’arte novecentesca, se non fosse per il lavoro di Ragghianti che, già profeta con Bologna cruciale 1914, svelò la trama quasi invisibile di un collegamento – invece – assai profondo.

A onor del vero, i precedenti non sono da poco: la scuola sul disegno spontaneo dei bambini di Jasnaja Poljana di Tolstoj, fondata nel 1861, il volume Educazione estetica (1909) di Giovanni Ferretti, la mostra di pittura infantile aperta al Salon giovanile parigino del 1908, i contributi italiani all’Esposizione Internazionale di didattica del disegno (Dresda, 1912) e al padiglione Das Kind und die Schule (Lipsia, 1914).
Tutte testimonianze di una sorta di regressione verso il disegno infantile, verso una purezza dell’immagine che si spoglia di virtuosismi e tecnicismi per lasciare spazio solo a ciò che di vero e autentico occupa lo spazio della tela. Del resto, le esperienze di Alberto Magri, Ottone Rosai, Tullio Garbari, Gigiotti Zanini, Carlo Carrà, Riccardo Francalancia e Alberto Salietti non si possono ignorare. La rassegna lucchese, però, si spinge oltre, andando a sviscerare quali siano le origini storiche di un processo stilisticamente a ritroso, che affondano nel Duecento e nel Trecento italiano, con gli espliciti arcaismi di Alberto Magri, accompagnato dagli “apuani” Lorenzo Viani e Adolfo Balduini.

“Proprio da questo nucleo di artisti toscani – afferma la curatrice Marchioni – la mostra parte per ricostruire la storia della regressione al linguaggio dell’infanzia nell’arte, che si avvia con Magri e Viani poco dopo la metà del primo decennio del Novecento e si diffonde fra una selezionata cerchia di artisti che ebbero modo di confrontarsi più o meno direttamente con queste espressioni formali, grazie anche al contributo di contemporanee affermazioni critiche pronte ad avallare la validità di questa scelta controcorrente”

Un percorso che si snoda bel oltre le connotazioni contemporanee dell’art brut, quantomeno successive al 1945, o alle complesse definizioni di naïf o outsider-art.
Nulla di tutto ciò.
La mostra che occupa le sale lucchesi si fonda su una profonda riflessione, in un denso paragone che coinvolge diversi stilemi e altrettante diverse correnti, e che, per mezzo dell’analisi compiuta da Carlo Ludovico Racchianti nel corso dei suoi studi, è riuscita a sviscerare quanto di più profondo ci fosse nel recupero di determinate tecniche pittoriche. Di più: non solo mero recupero, bensì elevazione di un modo di concentrarsi su ciò che realmente è l’opera, al punto da riuscire a trasmettere significati profondi pur avvalendosi di metodologie ampiamente diffuse e riconoscibili. E, proprio per questo, vere.

Tassì rosso, 1932 olio su tela, cm 58×60, Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano

La prima sezione, Adriano Cecioni e il mondo dell’infanzia, presenta dipinti e sculture di Adriano Cecioni, con la loro partecipe attenzione per il mondo dell’infanzia, aprendo la sezione che ruota attorno a celebri opere come Primi passi, Ragazzi che lavorano l’alabastro e Ragazzi mascherati da grandi, testimonianza dell’energia e dell’istintualità infantile, tradotte in uno stile precocemente semplificato. Si passa, poi, a Corrado Ricci e le prime incursioni del disegno infantile nell’arte fra Otto e Novecento: il volume di Corrado Ricci e la locandina della sua conferenza fiorentina, i cui stilemi infantili sono ripresi nel Ritratto di Yorick di Vittorio Matteo Corcos del Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno, costituiscono, con altri dipinti e documenti, il nucleo originario della mostra. In essi, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, si manifesta nell’arte l’interesse verso il disegno infantile, culminante nell’incredibile dipinto Il fallimento di Giacomo Balla del 1902 (di cui sono esposti il bozzetto esecutivo e il disegno preparatorio, prestato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma). L’attenzione per il disegno infantile negli ultimi anni dell’Ottocento e la sua diffusione presso gli artisti è documentata dall’intervento di Paola Lombroso Il senso drammatico nel disegno dei bambini, riccamente illustrato e pubblicato sulla celebre rivista “Emporium” (1897). La terza sala (Disegno infantile e Medioevo: alle sorgenti della figurazione. Il caso pioneristico di Alberto Magri e del cenacolo tosco-apuano) illustra il pionieristico caso di accoglienza di stilemi infantili e medievali nell’opera di Alberto Magri, che già nel 1908, con Il ferimento di una bambina, mostra di aver intrapreso con solitaria determinazione lo studio dell’infanzia dell’uomo e dell’arte. Succesivamente “L’immagine del bambino e la diffusione del primitivismo infantile in Italia negli anni della Grande Guerra“, perché l’immagine del bambino fu fra le più sfruttate dalla propaganda su ogni sorta di materiale a stampa, dai quotidiani, alle cartoline, ai giornali di trincea; per una sorta di osmosi culturale, la pittura risentì di questa pacifica invasione, e nelle opere di alcuni artisti restò traccia di quelle fanciullesche figurazioni, come è evidente in rari lavori di Ottone Rosai, Alberto Magri, Tullio Garbari, Gigiotti Zanini, Alberto Salietti e Piero Bernardini. In questa sezione, ai dipinti degli artisti sopra citati sono affiancati materiali a stampa e disegni originali eseguiti da maestri dell’illustrazione e da artisti prestati alla propaganda bellica, fra cui, per esempio, Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Mario Sironi e Ardengo Soffici. La quinta sezione (Soffici e Carrà fra arte infantile e popolare) si sofferma sugli scritti di Carrà e Soffici su un’arte sorgiva e infantile pubblicati fra il 1910 e il 1916 su “La Voce” e su “Lacerba”, cui fanno eco i dipinti dei due artisti, più legati a una prospettiva popolare nel caso di Ardengo Soffici, che inizia a produrre i suoi “trofeini” ispirati ai pittori delle insegne degli empori di paese, e stimolati, invece, da un’arte infantile mutuata dall’esempio del Doganiere Rousseau in Carlo Carrà (che conservava nella propria collezione un disegno di Rousseau, esposto in mostra) e, in rare occasioni, da Giorgio Morandi. Esempi di primitivismo infantile in Italia negli anni Venti e Trenta del Novecento è l’ultima sala, dove la semplificazione formale che va verso un miniaturismo di tipo infantile, caratterizzato da una potente rielaborazione volumetrica, compare nel primo dopoguerra in alcuni artisti come Riccardo Francalancia, Fillide Levasti, Renato Birolli e Ottone Rosai. L’esposizione si conclude con esempi di ritratti e paesaggi dalle atmosfere incantate, affiancando a questi e altri pittori l’esempio del milanese Cesare Breveglieri, che rappresenta una delle più feconde resistenze del primitivismo infantile nell’arte, prontamente segnalato da Carrà, alla metà degli anni Trenta, sul giornale “L’Ambrosiano”.