Il MAN di Nuoro ospita fino al 10 giugno la mostra “L’elica e la luce. Le futuriste. 1912-1944“, a cura di Chiara Gatti e Raffaella Resch. La rassegna racconta le affascinanti biografie di ciascuna di loro, che s’intrecciano con la vita artistica e culturale del periodo ma si ambientano anche sullo sfondo di un paese eccitato dal progresso e, allo stesso tempo, ferito dal conflitto.

Benedetta: Ritmi di rocce e mare, 1929 c. Collezione privata, Roma

L’elica e la luce ma anche il dinamismo, la velocità e l’energia. Ecco le parole chiave per descrivere la mostra futurista che occupa le sale del MAN di Nuoro. Nella città sarda una miscellanea che getta luce sul binomio donne e futurismo. Sotto la direzione artistica di Lorenzo Giusti, dopo i progetti sull’espressionismo tedesco e le coppie dell’avanguardia russa, il museo completa così la trilogia dal taglio inedito e focalizzata sui movimenti dell’avanguardia storica. Ancora una volta è il momento storico giusto per risaltare l’importanza delle donne, anche per un movimento artistico da sempre collegato agli uomini. Anzi, fu proprio il Futurismo a vantare esplosive e anticonvenzionali artiste donne. La presenza femminile nell’arte del Novecento è stata confermata, appunto, da diversi studi a partire dalla fine degli anni Settanta: oltre all’intenzione di scoprire un genere, uno specifico femminile in arte, sono state compiute ricognizioni storico-critiche che hanno (ri)portato alla luce personalità eccezionali, opere di alto valore, esistenze dalle trame complesse, di cui prima si ignoravano addirittura le date di nascita o morte, e ci hanno restituito un panorama dell’arte delle donne nelle avanguardie, fino a quel momento rimasto in secondo piano. Una situazione a volte controversa, poiché il Manifesto futurista giudicava la donna “borghese”, disprezzava la sua immagine nello stereotipo comune, ma in realtà non disdegnava affatto la sua versione libera e istintiva.

Wanda Wulz, “Io + gatto”. Credito: Archivi Alinari, Firenze

La mostra ripercorre gli anni a cavallo fra 1912 e 1944 attraverso oltre 100 opere fra dipinti, sculture, carte, tessuti, maquette teatrali e oggetti d’arte applicata. Le artiste hanno firmato i manifesti teorici del futurismo partecipando a mostre, sperimentando innovazioni di stile e di materiali in ambiti trasversali quali le arti decorative, la scenografia, la fotografia e il cinema, ma anche la danza, la letteratura e il teatro. Un esempio significativo è quello di Valentine de Saint-Point che nel “Manifesto della Donna futurista” (1912) sosteneva, quasi delirando, che le donne dovevano ritornare al loro “istinto sublime: alla violenza e alla crudeltà”. Il percorso espositivo, mediante la ricerca collettiva, riscrive (o forse semplicemente racconta) la loro storia libera da stereotipi, cliché, luoghi comuni e banali dipendenze legate ai rapporti di parentela con i “maschi” del movimento – e testimonia la profondità di una riflessione estetica condivisa dalle donne del gruppo, ricca di implicazioni peculiari. La selezione delle opere è accostata da un ampio apparato documentario, prime edizioni di testi, lettere autografe, fotografie d’epoca, manifesti originali, studi, bozzetti. Celebre l’opera di Wanda Wulz “Io+Gatto” (1932) ottenuta dalla sovrimpressione dell’immagine del suo volto a quello del felino, assumendone le connotazioni animalesche pur mantenendo una immutata essenza umana. Ciascun macro tema – il corpo e la danza, il volo e la velocità, il paesaggio e l’astrazione, le forme e le parole – documenta una vena particolare delle artiste futuriste, dedite ora alle arti applicate, al tessuto, ora all’uso del metallo e, in generale, a una sperimentazione polimaterica e multidisciplinare nel campo delle arti figurative, ma anche letterarie e coreutiche.

(Ha collaborato Lucia Antista)