Fino al 10 giugno 2018, l’Associazione Culturale C.AR.M.E. di Brescia ospita l’intervento artistico di Mario Cresci all’interno della rassegna fotografica “FANNE PARTE!“. La mostra si divide in tre momenti distinti all’interno dello spazio del quartiere del Carmine: dapprima la grande installazione dell’artista italiano, poi un video inerente alla ricerca che sta alla base dell’evento e, infine, l’ultima sala è occupata una quadreria fotografica.

mario-cresci-carme-brescia

Si tratta di una “corrispondenza di amorosi sensi“, oppure di un efferato furto di ricordi. Non è facile definire il risultato di una ricerca che ha per fondamento un elemento tanto effimero come la memoria. L’esposizione dell’Associazione Culturale C.AR.M.E. presenta il lavoro di Mario Cresci all’interno dei suoi spazi del quartiere del Carmine, dedicando momenti diversi a diverse rappresentazione del passato, recente o meno. L’elemento comune è la fotografia, vettore su cui viaggiano passioni, amori, dolori, mancanze e anni ormai sospinti lontano dal vento della vita. Mario Cresci analizza in maniera quasi chirurgica oggetti d’affezione come le fotografie familiari, accuratamente sottratte dalle dimore dei proprietari con il loro consenso. Sarebbe bene, perciò, partire dalla fine, percorrendo a ritroso il percorso espositivo e osservando la quadreria che occupa la parete di fondo dello spazio bresciano. Qui hanno trovato nuova dimora le fotografie sottratte. Mario Cresci, delocalizzandole dal loro contesto naturale, carica le immagini di significati che si discostano dalla sfera degli affetti, per rendere ogni singolo ricordo parte di una memoria comune, collettiva, quasi junghiana. Ecco allora che, pur mantenendo una disposizione accuratamente studiata, gli attimi significativi di centinaia di individui distinti si fondono, arrivando a creare un unicum che può sintetizzare l’esistenza umana. Bambini sorridenti figli del terzo millennio si trovano per compagni giovani sfuocati, in bianco e nero, appartenenti a un’epoca relegata ai libri di storia. Donne in posa si susseguono, cambiando acconciature e abbigliamento, pur mantenendo nello sguardo la stessa vitalità tipica della gioventù. Ritratti di famiglia testimoniano il disuso corrente della parola “ritratto”, correndo decade dopo decade sempre uguali nel contenuto – sebbene mai nella forma. Mode, situazioni, realtà, pensieri hanno vissuto un forte cambiamento rintracciabile attraverso le immagini che compongono la quadreria, eppure il comune denominatore è il sentimento: quel sentimento mai scomparso, trasformato ma comunque presente, la cui vivida esistenza è racchiusa all’interno di una cornice, a perenne monito di un “io esisto” difficilmente cancellabile. Altro volto di questo affresco antropologico di cui Mario Cresci si fa autore è rappresentato dall’installazione che occupa la sala principale. Sospese da sottili fili di corda, scendono dall’alto delle maxi rappresentazioni di fotografie rivisitate, messe in dialogo con gli elementi artistici più variegati. Una giovane con una spilla a forma di fiore viene collocata dall’artista in uno sconfinato prato dipinto; dei ragazzini sghignazzano al di sotto di un’opera neoclassica; un bambino che ha appena scritto la parola “mamma” divide lo spazio con una nobildonna rinascimentale. I ricordi, ancora una volta, sono estrapolati dal loro contesto d’appartenenza per creare una corrispondenza di significati con frammenti artistici di ogni epoca: non è un caso che siano presi come elementi di dialogo anche le moderne emoticon, ultimo capitolo di una forte sintesi comunicativa. Mario Cresci non si fa “autore” di questo processo di snaturazione e condivisione delle immagini, bensì riveste il ruolo di aggregatore di memorie nella rappresentazione del sentimento.

mario-cresci-carme-brescia