A Mendrisio (Svizzera), dal 9 marzo al 31 maggio 2018, il Teatro dell’architettura, la nuova struttura dell’Università della Svizzera italiana, progettata da Mario Botta e ideata al fine di favorire il dibattito culturale nell’ambito dell’architettura e delle arti visive, ospita “Atelier Blumer. Sette Architetture Automatiche e altri esercizi“. L’iniziativa, curata da Gabriele Neri, propone una serie di installazioni interattive, concepite e costruite dagli studenti di Riccardo Blumer presso l’Accademia di architettura dell’Università della Svizzera italiana.

La lungimiranza, a volte, non è semplicemente un dono di pochi eletti, scettro impossibile da reggere e reso inconcepibile a causa delle difficoltà presenti, che offuscano qualsiasi progettualità. Soprattutto se accompagnata dall’alternativa psicologica, che concorre a ribaltare l’ortodossia, aprendo strade nuove verso il futuro. Riccardo Blumer ha abbracciato questa visione avveniristica nei confronti dello studio dell’architettura, spronando gli studenti di oggi – e professionisti di domani – a interpretarne i principi fondamentali (dell’architettura, ma anche della geometria e dello spazio con tutte le implicazioni tecniche relative) riflettendo innanzitutto sul ruolo del corpo umano, enfatizzandone il ruolo poietico (il corpo che costruisce e produce oggetti), la sua potenzialità scenica (il corpo come dispositivo spaziale in movimento) e il suo essere unità di misura del mondo. A ciò si aggiunge il concetto di interferenza: giocando sul significato più popolare del termine – interferenza come fastidiosa interruzione di una trasmissione radio, ad esempio – Blumer cita in realtà il concetto scientifico offerto dalla fisica, secondo cui da una sovrapposizione di fenomeni nasce un rafforzamento reciproco di ognuno di essi. Ecco la nascita di una nuova linea di pensiero, fresca e proiettata a nuove applicazioni, dove l’automatismo delle sette architetture acquisisce connotazioni futuristiche e legate alla robotica, inserendosi in un discorso assai più ampio e incredibilmente attuale. L’interesse che sta alla base della ricerca sulle nuove tecnologie applicate non si esaurisce nella semplice macchina che “si muove da sola”, macchina che diventa automa, ma comprende anche tutte le possibili sfaccettature riguardo all’impiego in ambito architettonico. Un movimento che abbandona la propria concezione di meccanicità per estendersi a vero e proprio “pensiero“, un’indipendenza che affascina, scacciando in maniera positiva tutti gli spauracchi riguardanti le possibili implicazioni nefaste. Lungimiranza, si diceva. Dall’unione tra automatismo delle macchine e studio dell’architettura, gli studenti si trovano quindi a dover diventare sintesi tra due indagini. Da un lato un tema architettonico semplice, elementare, archetipico: la porta, il muro, il percorso, il confine tra uno spazio e l’altro, la struttura. Dall’altro lato, invece, una riflessione – una interferenza – che indaga i fenomeni fisici e il loro rapporto con il corpo, utilizzando l’elettronica, la programmazione, il bricolage. Il risultato di questa operazione tra addendi opposti si concretizza in sette architetture, tangibili nella propria concretezza formale e riconducibili nel riferimento, consapevole e non, alle esperienze artistiche e architettoniche dell’ultimo secolo: dalle macchine inutili di Bruno Munari all’arte programmata e cinetica; dalle Walking Cities degli Archigram alle coreografie del teatro sperimentale; dalle pellicole trasparenti di Frei Otto all’Art en mouvement di Tinguely e Calder; dalle sculture cangianti di Moholy-Nagy ai cortometraggi di Charles e Ray Eames, fino ai molti altri riferimenti che ogni visitatore saprà trovare.