Milano: sempre un passo avanti agli altri. Dove il numero dei passi è un semplice eufemismo, o una velleità statistica, perché Milano si conferma ancora una volta una metropoli con sguardo e mente puntati al futuro.

Non se la prendano male le concorrenti, ma non è certo un caso se il capoluogo lombardo è stato considerato la miglior città per qualità di vita nel 2018, e anche nell’arte non fa differenze.

Così come non è un caso che proprio a Milano abbia aperto ICA – Istituto Contemporaneo per le Arti, spazio no profit per la città nel segno dell’inclusione, dedicato alle arti e alla cultura contemporanea, alla ricerca e alla sperimentazione.

Diretta da Alberto Salvadori, ICA Milano è una fondazione privata nella quale convergo- no diverse forze e tipologie di protagonisti del mondo dell’arte: artisti, collezionisti, professionisti del settore, appassionati. L’attività dell’Istituto si sostanzia in un’offerta alla città e al pubblico, dove condivisione e partecipazione sono le parole chiave per comprenderne l’attitudine.

Mostre, editoria d’arte, ceramica, cinema, performance, musica, letteratura, attività seminariali di divulgazione, formazione, educazione e molto altro ancora costruiranno un percorso improntato su interdisciplinarità e transmedialità. Espressione di una precisa identità ‘milanese’ che storicamente mette in relazione l’iniziativa privata con la dimensione istituzionale, ICA Milano trova ispirazione nella cultura del give back, ossia restituire per condividere.

Se il giusto punto d’incontro tra “restituire” e “condividere” è la creazione di uno spazio che possa rendere fruibile un dialogo nuovo, ecco che la propensione meneghina al lavoro ha la meglio sul resto: è questa la formula in grado di rendere uno stabile quasi centenario in un luogo dove ICA possa prendere vita. Nello stesso modo in cui un’idea d’oltremanica è stata attentamente analizzata per scovarne le reali capacità e possibilità d’inserimento in un contesto già di per sé ricco di possibilità.

È a Londra, infatti, che nasce nel 1946 il primo Istituto per le Arti Contemporanee, dall’idea di un collettivo di artisti, poeti e benefattori, da cui poi è scaturita una vasta costellazione di istituti di questa natura. Un luogo leggendario che ha ospitato le esposizioni dell’Indi- pendent Group, considerate dagli storici dell’arte alla base della nascita e dell’afferma- zione della Pop Art.

Sul modello di questa esperienza pionieristica, ICA Milano sarà una presenza attiva e propositiva, a sostegno della migliore produzione artistica del nostro tempo. Un incubatore di idee ma anche una fucina di attività diverse. A dare avvio alla prima stagione di ICA Milano è una esposizione collettiva curata da Alberto Salvadori e Luigi Fassi: Apologia della Storia – The Historian’s Craft, ispirata a Apologie pour l’histoire ou Métier d’historien, volume fondamentale scritto nel 1944 dallo storico francese Marc Bloch, una delle figure centrali del pensiero contemporaneo, e pubblicato postumo nel 1949.

La riflessione di Bloch sulla storiografia ha portato l’autore ad analizzare l’utilità pratica della storia e del mestiere di storico. Bloch introduceva la Storia come disciplina di conoscenza dell’uomo nella società, che assolve una funzione interpretativa attraverso una metodologia, promuovendo un approccio impegnato nell’equa e dignitosa rappresentazione di tutte le storie.

Prendendo le distanze da una sindrome tipica del nostro tempo, la “mania del giudizio”, Apologia della Storia – The Historian’s Craft porta alla luce storie nascoste e fornisce spunti metodologici in cui il recupero della memoria collettiva e il suo ruolo diventano elementi centrali per ogni società contemporanea. La mostra mette in scena il parallelismo storia – arte affinché si possano leggere le due discipline come strumenti di cono- scenza dell’uomo nella società, accomunate dalla pratica continua del cambiamento contro l’immobilismo, e dalla necessità intrinseca per la loro sopravvivenza, che l’uomo continui a porsi delle domande e a interrogare se stesso. Attraverso le opere e le pratiche degli artisti invitati, la mostra rivela e approfondisce stratificazioni, ambiguità e dissonanze della storia. Tale operazione rappresenta un momento fondamentale nel percorso dell’istituzione e un ambito di ricerca che sarà ulteriormente indagato nelle attività future del programma culturale di ICA Milano.

La mostra riunisce le opere di Yto Barrada (1971, Francia), Lothar Baumgarten (1944 – 2018, Germania), James Lee Byars (1932, USA – 1997, Egitto), Nanna Debois Buhl (1975, Danimarca), Ryan Gander (1976, Regno Unito), Haroon Gunn-Salie (1989, Sudafrica), Arjan Martins (1960, Rio de Janeiro, Brasile), Santu Mofokeng (1956, Sudafrica), Antonio Ottomanelli (1982, Italia), Paul Pfeiffer (1966, Hawaii), Javier Téllez (1969, Venezuela), Mona Vatamanu & Florin Tudor (1968, Romania; 1974, Svizzera).