Aperta al pubblico, fino a domenica 15 aprile, la ventitreesima edizione di Miart si riconferma una tra le fiere d’arte nazionali ed internazionali più importanti degli ultimi anni. Che il Miart 2018 abbia da subito puntato ad avere un ruolo ben preciso all’interno del sistema dell’arte è cosa nota; quest’anno però, in una cornice che vede la città di Milano in continua crescita e sempre più culturalmente attiva, ha allargato le sue vedute mostrandosi molto più reattiva a quelle che sono sia le nuove forme d’arte che artisti emergenti e gallerie all’attivo da poco. Rispetto all’edizione precedente è palpabile, seppur in modo discreto, la voglia di aprirsi a visioniscenari differenti, pensando la fiera più in grande e coinvolgendo anche nuove tipologie di compratori. Pur non riuscendo a lasciarsi alle spalle l’eredità delle grandi gallerie, dei grandi nomi e dei masters – che rimangono comunque, dalle prime impressioni, quelli più ricercati dai collezionisti – non manca il forte desiderio di inserirsi in modo significativo nel mondo dell’arte contemporanea, naturalmente col primario obiettivo di dialogarci attraverso il dichiarato format della fiera: il business. Indubbiamente la fiera si riconferma l’evento clou della Art Week milanese (con 184 gallerie e 7 sezioni), lasciando tuttavia qualche perplessità e qualche dubbio, oltre l’ombra che si perpetua negli anni e nelle fiere d’arte di quelle che si possono definire ormai le “consolidate certezze“.

184 gallerie, 184 background diversi, 184 visioni differenti.

Tra le storiche e le giovanissime, qualche galleria spicca più di altre per la scelta degli artisti, per l’intraprendenza, per la novità, per la passione e l’energia che comunicano o per la storia che hanno alle spalle e i grandi artisti su cui hanno scelto di puntare da anni. Apprezzabili certamente quelle più giovani che quest’anno, si può dire abbiano più voce miartoltre che spazio fisico. Difficile affermare se le scelte di questa edizione siano state tutte ed effettivamente giuste o se hanno tenuto fede alle aspettative, qualora ci fossero; certamente, non si può dire che quest’anno si sia vista poi così tanta audacia rispetto ad altre fiere internazionali, pur mostrando una qualità dell’offerta molto alta. Eclettismo, contaminazione e dinamismo sembrano le parole d’ordine di questa fiera e dell’arte contemporanea oggi, eppure non tutte le gallerie sembrano vedere nel caos qualcosa di necessariamente positivo per l’arte, come la Doppelgaenger di Bari che, tra speranza e convinzione, vede nel futuro un punto di arrivo in cui ritornerà l’esigenza di “mettere in ordine”; al contrario di chi non intravede nello scenario d’arte dei nostri giorni, eccessivamente ricco e ormai saturo, qualcosa che per il mercato possa rilevarsi poi così positivo nel corso dei prossimi anni. Un mercato dell’arte oggi sempre più complesso, come afferma la P420 di Bologna, nel quale differenziarsi e posizionarsi diviene sempre più difficile e spesso risulta un’arma a doppio taglio; diviene così necessario specializzare la propria ricerca con interesse e cura come ha scelto la galleria bolognese, cercando il più possibile di dare un’ offerta attenta alle esigenze del collezionista creando una sintonia tra l’artista e quest’ultimo, focalizzando la ricerca sul contenuto e sull’atteggiamento artistico di ogni artista con cui si relazionano. Altre gallerie invece, un po’ per scelta e un po’ per la loro posizione geografica, sono molto informate sul mercato senza farsi particolarmente coinvolgere, puntando il loro lavoro sulla scelta degli artisti in base al loro gusto e alla loro personalità, alcune prediligendo nella contemporaneità la pittura come la Doppelgaenger. Altre come la Galleria Noire di Torino affermano che sicuramente oramai sono le gallerie a seguire il mercato e non viceversa, prestando attenzione all’artista che influenza maggiormente la società, che spesso combacia con quello che vende di più. Ci sono poi gallerie storiche come la Cardi con sede a Milano e a Londra che puntano più sul moderno e sul riconfermare i loro collezionisti storici o la Galleria Tonelli che si riconferma un buon punto di riferimento per chi è interessato ad artisti storicizzati come Fausto Melotti, Lucio Fontana e Mario Schifano.

Somme e direzioni

miartÈ ancora presto per stabilire il trend dei collezionisti ma, fatta eccezione per alcune gallerie, molte confermano un 50 e 50 tra collezionisti italiani e stranieri, registrando sicuramente una maggiore affluenza alla fiera di collezionisti stranieri anche se per ora non mancano riscontri positivi anche da quelli italiani. Le aspettative di questo Miart, per la maggior parte delle gallerie, si confermano alte e positive: chissà se si possa dire così anche dei collezionisti e dei visitatori. Bisogna aspettare la fine della manifestazione per tirare le somme e fare un bilancio finale; per ora si può dire con certezza che Miart sia una manifestazione che guarda al business cercando di fare anche cultura in settori affini. D’altro canto anche per chi non può o non è intenzionato a comprare rimane un’ottima occasione per scoprire o riscoprire artisti, ammirare delle opere, tenersi informati e guardare anche in modo critico la situazione dell’arte oggi. Vedremo se anche l’anno prossimo la fiera milanese manterrà alte le sue ambizioni osando di più.

(Ha collaborato Cristina Morgese)