Le sale di Palazzo Strozzi, a Firenze, ospitano dal 16 marzo al 22 luglioNascita di una Nazione. Tra Guttuso, Fontana e Schifano“, a cura di Luca Massimo Barbero. La mostra indaga i movimenti artistici che hanno preso vita nel dopoguerra italiano, per chiudersi con il Sessantotto, anno di grande rilievo non sono a livello nazionale, attraverso ottanta opere di artisti come Renato Guttuso, Lucio Fontana, Alberto Burri, Emilio Vedova, Enrico Castellani, Piero Manzoni, Mario Schifano, Mario Merz e Michelangelo Pistoletto. La rassegna è promossa e organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Associazione partners Palazzo Strozzi, Regione Toscana e con il contributi di Fondazione CR Firenze. Main sponsor Banca CR Firenze Intesa San Paolo.

Come eravamo

La ricostruzione, da un lato, gli studenti in piazza, dall’altro. Sono gli estremi di un periodo lungo vent’anni, caratterizzante non soltanto il Bel Paese ma buona parte del mondo occidentale. Dove il rumore dei mortai aveva smesso di mietere vittime, ecco che sorgono come per magia canne fumarie, industrie, fabbriche. Le divise mimetiche lasciano il posto a quelle, non poi così diverse, del proletariato, spina dorsale di una generazione che ha imparato sulla propria pelle cosa significhi ricostruire il presente. Sono anni in cui speranza e olio di gomito (che ha sostituito quello di ricino) prendono il largo in un entusiasmo dilagante seppur silente, fatto di sogni ad occhi aperti, possibilità infinite e voglia di dimenticare. Un ventennio miracoloso, quello cucito indelebilmente nella storia italiana, fatto di contraddizioni al limite dell’assurdo, capace di raccontare appieno la nascita di un senso nazionale, soprattutto in campo artistico. L’economia dimostra il proliferare dell’arte laddove vi sia un benessere economico e non è un caso che il dopoguerra sia stato fonte d’ispirazione per gli artisti italiani, di sperimentazione e di superamento dei concetti estetici nella ricerca di nuove forme d’espressione. Un diritto, quello espressivo, soggiogato con la forza troppo a lungo e che rifiorisce al sorgere di un nuovo sole, in un contesto culturale florido e stimolante. Il secondo Novecento è sinonimo di contemporaneità, tanto che da dare un grande contributo alla matrice innovativa che ha permesso movimenti quali l’Arte Informale, l’Arte Povera, la Pop Art e l’Arte Concettuale. Sentimenti diversi che si alternano in un ricco panorama sociale, in grado di farsi specchio nell’arte con linguaggi innovativi, materie, forme e segni. È un corollario di gesti che ha condotto verso un turbinio incessante di elementi in grado di influenzare politica, moda, costume, società, tutti pezzi che, se uniti, restituiscono l’immagine di un’Italia pronta alla rinascita. “Questa mostra si iscrive nella consolidata indagine intorno all’arte e la cultura della modernità condotta da Palazzo Strozzi negli ultimi anni” afferma Arturo Galansino Direttore Generale della Fondazione Palazzo Strozzi “Oltre a ricordare il cinquantesimo anniversario del fermento culturale e sociale legato al Sessantotto, la mostra celebra lo straordinario momento creativo del secondo dopoguerra italiano, un periodo pienamente riscoperto nella sua importanza storico artistica prima all’estero, sia dalle grandi istituzioni museali che dal collezionismo internazionale, che nel nostro paese. “Nascita di una Nazione” presenta al vasto pubblico di Palazzo Strozzi la grande arte moderna italiana in un modo nuovo e originale, soprattutto fondato su un approccio storico e didattico in grado di rendere l’arte moderna accessibile a tutti”.

Senso nazionale e album di memorie

Se all’arte è stato attribuito l’arduo compito di essere segno immanente del trascorrere del tempo, la mostra di Palazzo Strozzi acquisisce connotazioni che spaziano ben oltre la semplice cronologia. “Nascita di una Nazione vuole offrire una chiave di lettura a un periodo artistico che si è intrecciato indissolubilmente con lo sviluppo dell’Italia e che ha tratto dalla politica, dal costume e dai cambiamenti sociali linfa vitale”, spiega Luca Massimo Barbero. “Le sale si susseguono in modo contrastante e incalzante per sviluppare nel visitatore il senso della vitalità di quel momento artistico: in quegli anni, infatti, il fermento era tale da permettere agli artisti dell’Informale di seguire la loro ricerca mentre gli artisti della nuova figurazione seguivano un percorso diametralmente opposto. Lo scopo è entrare all’improvviso negli studi di questi grandi artisti mentre lavorano alla definizione di una nuova arte italiana”. Tematiche che prendono il via proprio con un excurus visivo e immersivo di chi eravamo, un memento dalle sfumature bianche e nere che ripercorre la storia nazionale dall’Unità d’Italia al 1968. Le prime opere si collocano al centro di questo film familiare, partendo da un contraddittorio dialogo con “La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio” che Renato Guttuso realizzò negli anni 51-55. Proprio Guttuso è stato una delle figure centrali del binomio arte-politica, in una ortodossia che vedeva come dominante il neorealismo propagandistico. L’altro piatto della bilancia è occupato da Giulio Turcato con un’opera fondamentale come “Il comizio” (1950) e da due opere del decennio successivo, il provocatorio collage su stoffa “Generale incitante alla battaglia” (1961) di Enrico Baj e il décollage sul volto di Benito Mussolini “L’ultimo Re dei Re” (1961) di Mimmo Rotella. Sono le figure dell’avanguardia, che vede nell’astrazione una via realizzativa importante soprattutto alla luce degli anni successivi. La mostra si rinnova costantemente di questo gioco dei contrari, ravvivando l’interesse nato dalla vicinanza-scontro del dialogo artistico italiano, frastagliato e complesso. Si prosegue, infatti, con un approfondimento sulla continuità dell’Arte Informale tra gli anni Cinquanta e Sessanta. L’esistenzialismo e la sperimentazione delle materia come fondamento dell’arte stessa sono le fondamenta per l’arte di celeberrimi autori quali Lucio Fontana e Alberto Burri, su tutti, insieme a molti altri colleghi. La sala successiva mette in relazione gli arazzi e la monocromia, in un susseguirsi non omogeneo di superfici che trovano in Turcato e Castellani, Manzoni e Scarpitta le varie declinazioni degli anni Sessanta. Nel medesimo tempo sorgono personaggi come Jannis Kounellis e Pino Pascali, rigeneratori del linguaggio artistico con elementi naturali e figurazioni primordiali. Al rigore neo-concettuale fanno da controcanto le visioni figurative lenticolari di Domenico Gnoli e la nuova figurazione di Tano Festa, Sergio Lombardo, Renato Mambor e Giosetta Fioroni i cui lavori introducono il visitatore ad una sala dedicata alla rappresentazione della bandiera come simbolo. “Corteo” (1968) tra le più emblematiche e meno note opere di Franco Angeli, dialoga con “Compagni compagni” (1968) di Mario Schifano – riferimento della nuova pittura italiana e forse uno dei suoi più grandi interpreti. L’Arte Povera e i suoi protagonisti si inseriscono quindi nella scena italiana. È il turno di Giulio Paolini, Alighiero Boetti, Michelangelo Pistoletto, Mario Merz, autori che contribuiscono a internazionalizzare l’Italia, inserendola in un panorama artistico che la vede come punto di riferimento. La mostra si chiude in modo emblematico, con “Rovesciare i propri occhi” (1970) di Giuseppe Penone: un paese intero si osserva, presagendo con timore gli anni di lotta in arrivo.