Palazzo Martinengo, a Brescia, dimostra di essere una sede espositiva capace di accogliere grandi sfide, con una prova di maturità che chiude il ciclo di mostre iniziato nel 2015. Dal 20 gennaio al 10 giugno 2018 le sale del palazzo ospitano la mostra “Picasso, De Chirico, Morandi 100 capolavori del XIX e XX secolo dalle collezioni private bresciane“. Un titolo altisonante, certo, che pare esprime con molte parole ciò che a una mente distratta pare un’accozzaglia di generi, stili, trasformazioni e visioni artistiche, rinchiudendo il tutto in una decina di sale.
Niente di più sbagliato.
Ancora una volta, l’ennesima, questo gioiello della museologia lombarda si fa carico di traghettare il pubblico in più di un secolo d’arte – dagli albori del 1800 fino al 1960 -, dimostrando una cura e una ricercatezza artisica invidiabili. È la passione forse il filo conduttore che lega la rassegna curata da Davide Dotti: per l’arte dimostrata dai collezionisti, che hanno messo a disposizione i propri tesori; per la ricca storia bresciana, troppo spesso relegata a qualche ricordo sconnesso e per un progetto quadriennale, che ha suoerato ogni previsione.
E poco importano le polemiche su fantomatiche prime, seconde o terze visioni di un Picasso (non siamo mica al cinema) e chiacchere scopiazzate, che paiono tanto da bar di provincia. Ciò che resta sono le opere appese alle pareti, il loro valore e le emozioni che possono suscitare.

Il percorso espositivo prende il via con l’età neoclassica a Brescia, che vede tra i suoi protagonisti indiscussi Luigi Basiletti. Artista, archeologo e fautore (con altri) della campagna di scavi nell’area del Capitolium bresciano, fu una figura di primissimo rilievo nell’ambito cuturale cittadino. Importante è lo scarto tipico dell’artista, come si può notare nel dipinto di proprietà della famiglia Mazzucchelli, in cui è ritratto un giovane mentre legge una lettera a lui inviata dal padre. Il carattere bresciano emerge nell’opera datata 1810 grazie alla veduta retrostante la figura in primo piano. In lontananza, infatti, si scorge il castello e il duomo in costruzione – duomo bresciano per anni assediato dai cantieri, fino al completamento a 900 inoltrato. Altra opera di squisita fattura neoclassica, nei temi e nello stile, è l’autoritratto di Domenico Vantini, padre di Rodolfo Vantini, anchitetto tra l’altro del cimitero “Vantiniano”. Predominano gli spunti dell’epoca, rintracciabili nell’abbigliamento del soggetto e nella presenza delle rovine alle sue spalle. Rovine, che denotato il profondo amore per il classicismo, poste insieme ai sepolcri, tema molto sentito all’epoca dopo l’editto napoleonico che negava la possibilità di sepoltura all’interno delle mura cittadine. Non è certo un caso che proprio Foscolo pubblicò il suo “Carme dei Sepolcri” proprio in una tipografia della Leonessa. Angelo Inganni, però, è l’autore bresciano per eccellenza. Formatosi accademicamente a Brera, Inganni fa di Milano a sua prima modella, ripercorrendo poi a ritroso la via di casa e dedicando a Brescia alcune delle sue opere più famose, come “Veduta della piazza della Loggia con la neve” (1879). La maestria con cui riesce a picchiettare leggermente la punta del pennello per rendere al meglio la candida discese a terra della neve può essere considerata, a ben vedere, la firma del maestro. Inganni non si dedicò solo al vedutismo, ma si cimentò anche nei ritratti, dimostrando tutto il suo talento immortalando sulla tela Amanzia Guérillot nel suo studio. È una tela dalle dimensioni assai ridotte (31×22), ma che ciò nonostante regala un tratto maturo e finemente curato, in cui i minimi particolari sono riportati con estrema precisione – si possono infatti riconoscere alcune scene milanesi alle spalle della donna, appesi al muro con cornici barocche. Intorno al 1870 sono datati due quadri che cambiano decisamente rotta: se trent’anni prima Inganni dipingeva all’aperto, ora diventa il “re del focolare”. Il fuoco immortalato pare uscire dalla tela per abbracciare lo spettatore, che si sente inglobato in momento di vita quotidiana dalla straordinaria forza espressiva.

La kermesse si muove verso uno spazio dedicato a Faustino Joli, anche lui bresciano, di cui sono esposti sei opere collegate non solo dal punto di vista tematico, ma anche rappresentativo. Sebbene sia introdotto come paesaggista, acquista una connotazione diversa: di testimone delle grandi battaglie dell’epoca. Protagonista prediletto di Joli è infatti una Brescia rinascimentale, forse catturata nei suoi momenti più audaci e complessi, come per esempio durante le celeberrime Dieci Giornate. L’impronta vedutista prosegue con Renica con due visioni della Loggia e del Lago di Garda. Grande precursore, Renica già nel 1841 dipinge le sponde del Nilo, anticipando l’orientalismo caratterizzante la di fine del secolo. Si susseguono poi Ferrari, che entra nella sala del vedutismo bresciano creando giochi di ombre e riflessi sul lago molto suggestivi, Lombardi e Filippini, che assorbe le influenze della scapigliatura milanese insernedone alcuni elementi nei suoi paesaggi. La rassegna continua con un interessante confronto tra Bertolotti e Soldini, artisti assai dissimili ma altrettanto accomunati dalla capacità di rappresentare la realtà che li ciroconda. Di Bertolotti si possono esaltare le atmosfere romantiche, che però si avvicinano al simbolismo, come nella sua opera “Tramonto sul lago d’Iseo”. Si tratta di un’opera giovanile, in cui già emerge la maestria di Bertolotti, e a cui susseguono altri lavori del “pittore dei laghi”, dal lago d’Iseo al lago di Garda. Quello che rimane è l’insieme di atmosfere seducenti e al contempo pesanti, abilmente ponderate in base al sentimento dell’artista. Soldini, suo alterego, fu ribattezzato “il pittore delle montagne”. La sua capacità di creare paesaggi alpini, intrecciando una materia divisionista di luce e colore puro con uno spettro azzurrato sulla neve, lo rende senza dubbio degno di merito.

L’800 si chiude con tre capolavori che al meglio ritraggono la rappresentazione del femminile. De Nittis dipinge una giovane donna con un kimono arancio, inserendosi in un gusto finemente ottocentesco nei riguardi del giapponismo. Zandomeneghi si fa forza della complementarietà dei colori, facendo risaltare la pelle diafana e il rosso acceso dei capelli di una sua modella grazie all’accostamento con un pastello verde, che crea uno sfondo quasi trasognato, impalpabile e di estrema raffinatezza. Infine Boldini, con un nudo di donna, si pone come uno dei maggiori interpreti della pittura italiana alla Fin de Siècle. Non è un caso che i tre autori godessero di grande fama nella Parigi dell’epoca, così come la scelta delle opere non è casuale: ad accomunarle e la visione di donne ritratte di spalle, che celano il volto per lasciare spazio all’immaginazione, al mistero, in un trittico suggestivo e a tratti magico. La sala successiva è del resto dedicata alla figura femminile in ogni suo genere. Tant’è che Dotti prosegue il percorso espositivo con estrema capacità, proponendo l’interpretazione di quattro autori: Glisenti, Rizzi, Faustini e Landi. Soprattutto il primo incarna tematiche e stili tanto cari all’epoca, in una rappresentazione “scolastica” di Cleopatra morente, appena morsa dall’aspide. Emerge dalla tela un forse senso melodrammatico reso con uno stile curato nei minimi particolari (le macchie della pelle di ghepardo su cui è stesa Cleopatra e il segno del morso fatale). Faustini è presente con delle opere in pendant che richiamano gli splendori del passato, incarnando la Primavera in una donna che libera putti paffuti nell’aria, e l’Autunno che, rete alla mano, li cattura, simboleggiando la fine della stagione estiva. Il femminismo si conclude con Rizzi, che rappresenta la moglie in “Tazza Dorata”, entrando nella tarda belle epoque proponendo ritratti eleganti, sensuali e raffinati. Di Landi è esposto un capolavoro che già ha un retrogusto liberty, in cui la sua amante è dipinta nella Galleria Vittoria Emanuele di Milano, in una posa da diva che anticipa la moda che di lì a poco dilagherà in tutta Europa.

Qui si chiude l’Ottocento e si aprono le porte sull’arte italiana del Novecento.