La mostra “Picasso, De Chirico, Morandi 100 capolavori del XIX e XX secolo dalle collezioni private bresciane“, curata da Davide Dotti e ospite di Palazzo Martinengo (Brescia) dal 20 gennaio al 10 giugno 2018, si lascia alle spalle l’Ottocento per far spazio al Novecento italiano, attraverso nuove ricerche formali e drastici cambiamenti di rotta. Con la fine della Belle Epoque forse muore anche un po’ del romanticismo di stampo ottocentesco che ha saputo guidare le mani di grandissimi maestri. Si schiudono le porte di un nuovo universo, in cui i capisaldi non sono più rappresentati dall’orientalismo e dal chiaro di luna, bensì dalla voglia di strappare questo chiarore sommesso dal cielo per farlo tacere in eterno.

Salgono in cattedra le avanguardie italiane, introdotte dal futurista-per-due-mesi Romolo Romani. Una tela enigmatica, il suo “Silenzio”, in cui spiccano le onde magnetiche interpretate da Romani come spirali concentriche. Il vero autore che introduce il futurismo è però Boccioni, con una china del 1912 in cui la rappresentazione femminile si perde in favore di qualcosa che va oltre alla semplice figuratività. Dello stesso sentimento è Balla, che dipinge il senso di velocità tanto caro alla corrente futurista con il suo “Ponte della velocità”: un susseguirsi di linee folli e mozzafiato che trasmettono il movimento della figura. Anche Fortunato Depero si dimostra uno degli artisti più brillanti del periodo, indagando però temi diversi. Al mito dell’aviazione – altro tema caldo della fazione interventista – accosta il carattere psicologico nel suo “Ritratto psicologico dell’aviatore Azari” (1922). Le forme, ancora legate all’aspetto figurativo, mutano, entrando così in un gioco di colori e sfumature, dove l’aspetto realista passa decisamente in secondo piano rispetto alla parte più inconscia dell’essere umano – questo infatti sarà il primo di una serie di “ritratti psicologici”. Si passa poi alla metafisica, che dal 1910 in poi indaga gli aspetti più celati e misteriosi della realtà: l’apparenza non è più il centro della discussione pittorica, ma viene sostituita da ciò che non è percepibile. Protagonista di questa stagione è senza dubbio De Chirico. O, per meglio dire, i fratelli De Chirico. Da un lato Giorgio, con una delle sue celebri piazze d’Italia e con la tela “Gli archeologi”, quadro che confonde per l’impossibilità di ricondurre il disegno a un unico punto di fuga, per l’aspetto dei personaggi (che, sebbene siano chiaramante umani, denotano una ricerca che va oltre la natura) e per gli spunti classici, che denotato la grande cultura del padre dell’arte metafisica. Dall’altro Andrea, in arte Alberto Savinio, anche lui attratto dai misteri che si celano oltre l’occhio dello spettatore, è presente in mostra con Otello e Desdemona. Qui il mito è scardinato dalle connotazioni ordinarie, per diregersi verso sponde nuove che aprono orizzonte su universi sensoriali ancora inesplorati. Al centro della tela svettano tre figure apparentemente scultoree, possenti, che liberano l’immaginario dell’artista.
Quello che è iniziato come un secolo di rivolte e atti sovversivi nei riguardi dell’arte precedente, subisce un forte freno. La sala successiva si fa promulgatrice del “ritorno all’ordine” voluto dal regime mussoliniano nel Ventennio. Un’imposizione che ridetta le linee guida del mondo dell’arte italiana, con una ripresa ferrea dei canoni classici, imponendosi contro le “deviazioni dell’arte e della cultura interpretate dai futuristi e dai metafisici”, spiega il curatore Davide Dotti. Soggetti classici come i nudi sono esposti grazie a opere di Ubaldo Oppi e Achille Funi. Filippo De Pisis, Felice Casorati e Giorgio Morandi riprendono invece la natura morta, interpretandola in maniera personale. Il più vicino al regine fu però Sironi, che ritrae un gigante rosso con ascia, intento a falciare un’intera città. È un mostro che non costruisce ma distruggere e che è una chiara manifestazione del comunismo. Sebbene sia caduto in disgrazia con la fine del fascismo, Sironi non può che essere considerato un maestro dal taglio ampiamente incisivo, nonostante il carattere a volte cupo e profondo.

Il Novecento italiano s’interrompe solo per lasciare spazio all’opera più attesa. Si è discusso a lungo sulla “Natura morta con testa di toro” di Pablo Picasso, ma Davide Dotti dissipa ogni dubbio, affermando che l’opera non è mai stata esposta prima al pubblico, per quanto una sua foto sia apparsa su vari giornali. Fatto che non lede l’eccezionalità dell’aver portato a Brescia un capolavoro del genere, soprattutto in sede del comitato scientifico. Il quadro, realizzato nel 1942 – come riporta la data in alto a sinistra “9.MAI 42 picasso” – ha trovato la piena autentificazione da parte della Fondazione Picasso di Parigi il 15 novembre 2017. La pittura di Picasso e densa è corposa, incentrata sul tema della morte. Il 1942 è un anno difficile per il maestro di Malaga, che deve assistere da Parigi alla scomparsa prima della madre e poi dell’amico artista Julio Gonzalez, senza poter far nulla. Allo stesso modo, anche Barcellona cade in mano ai franchisti, generando nell’animo di Picasso un forte eco che si manifesta in rappresentazioni quali “La tete de Taureau” e “Nature morte au crane de boef”. Il capolavoro in mostra a Palazzo Martinengo raffigura una testa di toro posata su un tavolo. Sebbene la cruenza delle opere precedenti sembri essersi esaurita, anche in questo caso si possono notare le decise pennellate vermiglie che circondano il capo reciso dell’animale. Questo è anche colpito dai raggi della luna, in un frangente pietoso e dolente. L’ombra proiettata sul tavolo non invade tutto lo spazio, anzi, lascia libero il bicchiere cristallino appoggiato all’estremità opposta, quasi in una speranza di rinascita. Forte il richiamo simbolista in ogni oggetto presente sulla scena, attribuibile sia agli aspetti cubisti del genio spagnolo che alla difficile situazione emotiva, che sembrerebbe esplodere sulla tela in tratti tesi e marcati. Dal punto di vista stilistico, l’opera si compone di varie parti: dalla testa del toro fino a una progressiva semplificazione, che si delinea come un insieme di figure geometrice poste l’una in fila all’altra, in un graduale abbandono della figurazione.

L’ultima sezione della mostra “Picasso, De Chirico, Morandi” è dedicata all’Arte Informale, percepita come rinnovamento e capace di proporre nuovi spunti di riflessione. Si apre così una stagione che, fino agli anni 60, vivrà di forti diversità espressive e complesse scelte stilistiche. Sono il frutto di una continua sperimentazione non solo sui temi ma anche sulle possibili declinazioni dello spazio dell’opera d’arte. Capograssi, le cui forme archetipe giocano con positivo e negativo. Vedova, influenzato dall’action painting americano nella gestualità della pittura, lascia da parte il colore per ferire la tela. Burri, che acquisice la capacità di fondere catrame e colore facendolo emergere in una poesia tonale particolare. Così anche Lucio Fontana, presente in mostra con uno dei suo famosissimi concetti spaziali (“Concetto Spaziale, Attese”, 1964), trova una via espressiva verso “una dimensione altra” in un quadro che delinea come non vi sia più una sola e semplice dimensione dello spazio-tela. Chiude la rassegna una delle opere più discusse dell’enfant terrible Piero Manzoni: “La merde d’artist”, pura anticipazione del concettualismo riprodotto in serie, attraverso la comunicazione che il sistema dell’arte sta diventando sempre più folle e degenerato.