Fino al 25 maggio 2018, la Galleria Tega di Milano ospita la mostra “Pablo Picasso“, a cura di Walter Guadagnini. La mostra presenta venti opere interamente su carta, che ripercorrono l’evoluzione di Pablo Picasso (1881-1973) dagli albori del secolo scorso fino alle ultime prove.

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Ci sono visioni e visioni. Alcune di queste sono capaci di svelare frangenti inediti, aiutando il pubblico a scoprire le peculiarità più ricercate di un artista. Altre abbattono stereotipi, pregiudizi e congetture, riuscendo a ridisegnare i contorni del genio, apportando novità interessanti. Galleria Tega dimostra di possedere tali punti di vista, impegnati nel districarsi dalle solite posizioni per proporre meraviglia, una selezione che si discosta dall’ordinario. Un “ordinario” accademico che cede il passo al particolare. Se l’artista in questione ha un nome pesante come Pablo Picasso, poi, il compito si fa più arduo. Della ricca produzione artistica di cui Picasso si rese partecipe, l’inaspettato risiede spesso in ciò che non compare nel vano della notorietà. E così la capacità di tratteggiare una vita, racchiudendo nella carta l’estro dell’andaluso, si palesa al primo colpo d’occhio. Perché è proprio la carta il comune denominatore della mostra targata Galleria Tega, in cui è racchiusa l’evoluzione stilistica e poetica di Picasso.

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È la carta il materiale che funge da fil rouge della mostra della Galleria Tega, in una carrellata cronologica che parte dal 1902 per giungere al 1969, sebbene il medium pittorico cambi di volta in volta, passando dalla china alla matita, dall’olio al pastello. Un elemento su cui Picasso prova, sperimenta, studia, si cimenta rievocando antichi miti, pulsioni eteree e quotidianità, che traggono spunto dalla sua fantasia e dal suo passato, dalla sua terra. Come nell’opera “La pique” del 1959, dove dal colore nero fuoriesce la figura di un matador impegnato nella strenua lotta contro il toro. Una metafora, certo, dell’esistenza e di come Picasso stesso la intendesse: una battaglia focosa, vissuta intensamente. Le donne, poi, sono un altro soggetto che il picasso-tegamaestro spagnolo ritrae frequentemente: celebri sono le sue amanti e sui lavori cartacei nulla nasconde delle forme femminili. Nude, si caricano di uno spessore che trascende l’ordinaria concezione di corpo per lambire una realtà dal tratto inconsistente, nonostante il nero del colore. Nude, siedono di fronte al pittore, rinnovando in binomio artista-modella, un rapporto fatto di reciproci scambi silenti. Un esempio può essere “Tête et Nu” del 1969, dove la scena si basa su un volto maschile e un corpo femminile, ritratti l’uno di profilo e l’altro di fronte, che occupano il medesimo spazio pur restando separati, vicini ma non sovrapposti. È bene sottolineare come pure in questa sezione si avverta l’inaspettato, rintracciabile nell’opera “Maternité” del 1902, in cui una madre si china sulla culla del figlio. Ancora una donna, ma diversa. Sono inoltre presenti lavori del periodo cubista di Picasso, realizzate alle soglie del primo conflitto mondiale. Sono anni difficili per l’andaluso: gli amici Braque, Derain e Apollinaire sono chiamati alle armi e destinati al fronte; i sostenitori come Gertrude Stein e Daniel Henry Kahnweiler abbandonano Parigi (per fuggire rispettivamente in Inghilterra e in Italia). È stato proprio Kahnweiler uno dei primi accaniti sostenitori delle declinazioni cubiste di Picasso, rintracciando in forme ormai note la predilezione del genio, scorgendo allegorie e suggestioni nella frantumazione spaziale. Vicino a tale espressione cubista, dinamica e che condensa diverse prospettive in un movimento unico della forma è anche “Tête de femme” del 1940. Gli anni precedenti alla Seconda Guerra Mondiale non sono tra i più felici per lo spagnolo. Particolarmente toccante è il 1942, a causa della perdita della madre lontana – mentre lui era in Francia – e dell’amico artista Julio Gonzalez, senza poter far nulla. Ad aggravare la situazione concorre la conquista da parte delle truppe franchiste di Barcellona, fatto che genera nell’animo di Picasso un forte senso d’oppressione, manifesto in lavori quali “La tete de Taureau” e “Nature morte au crane de boef”. Dalla mostra milanese risulta quindi una summa dell’esperienza pittorica di Pablo Picasso, dalla stagione eroica dell’avanguardia, passando alla riflessione sul classicismo degli anni Venti e all’accostamento al surrealismo degli anni Trenta, per giungere alle espressioni del secondo dopoguerra.