Durante la Design Week 2018, Milano ha presentato moltissimi eventi, che hanno reso la città una vera e propria fucina d’idee. Tra questi appuntamenti imperdibili, la mostra Repeat and Shuffle a La Casa dello Zecchiere, nel quartiere 5Vie Art + Design. La rassegna, che, come si comprende dal titolo, è incentrata sull’espressione artista del binomio ripetizione-casualità, ospita le opere di Nino Alfieri, Marco Brianza, Massimo Hachen ed Eleonora Roaro. Tutti gli artisti partecipanti fanno dell’uso del colore la chiave interpretativa con cui studiare i fenomeni percettivi, seppur attraverso media diversi.

Prima Sala

La prima sala è occupata da tre lavori di Massimo Hachen sulla percezione visiva. Primo tra tutti è un’opera che si fonda sugli studi sinestetici dello scienziato Ramachandran inerenti a due diversi suoni: Massimo Hachen realizza una rappresentazione luminosa dei versi presi in esame (“chichi” associata a forma aguzza, “bubu” associato a una forma curva). Le altre opere si interessano del “colore superficie“, “colore volume” e “colore film“. All’interno di quadretti che occupano composizioni bianche e ordinate, il colore viene proiettato in maniera differente, cambiando la percezione dispositiva della composizione e, a volte, alterando alla sensazione d’ordine un senso di caos. Marco Brianza, invece, scompone il monocromo tramite computer di ultima generazione, per diffondere le diverse sfumature proiettandole sul muro tramite quattro proiettori. È un’opera che parte da lontano, che trae spunto dalla fotografia concettuale di Jan Dibbets (Weert, 1941) e dalla sua capacità di utilizzare la prospettiva e la distorsione dell’immagine. Giocando su questa cifra stilistica, Marco Brianza usa la macchina fotografica come uno strumento di misura del colore, estraendo da un unico oggetto – una lattina di Coca-Cola – ogni singola sfumatura di una porzione fissa. Ecco allora che, mentre uno smartphone fotografa a intervalli regolari la stessa lattina, i quattro computer estraggono pixel diversi per gettarli sul muro bianco. Risultato è l’insieme delle sezioni analizzate della fotografia scattata, che si mischiano vicendevolmente senza mai eguagliare la pigmentazione originale – e iconica – della lattina.

Sala Principale

Nino Alfieri, che utilizza strutture cicliche per indagare il cosmo e la natura, espone tre opere. La prima è un lavoro con materiali fotosensibili che, con l’utilizzo di una lanterna magica, dissolvenza incrociata di diversi tipi di lampade, illumina la tela facendone mutare la percezione. Dal rosso al bianco, la luce illumina figure organiche che possono evocare il primitivo, un ricordo dove l’uomo delle caverne – una volta soddisfatti i suoi bisogni primari – si ferma a contemplare il Creato, le stelle, in una visione che richiama il preludio Clarkiano di “2001. Odissea nello Spazio”. L’artista riconduce proprio a questo atto consapevole la nascita della filosofia, riportando il gesto sulla tela tramite una rappresentazione del respiro umano e del respiro del cielo. È una corrispondenza tra umano e infinito, un dialogo che pone l’uomo – per autoreferenzialità – come unità di misura tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande. In tutto ciò la ciclicità è esternata tramite il continuo giro delle lampade in un perenne susseguirsi di scene. Punto che, attraverso i led questa volta, unisce anche l’altra opera, ossia una sfera che racchiude microcosmo fluorescente che, minuto dopo minuto, cambia colore simulando all’infinito alba, giorno, tramonto, notte e notte profonda. Circolo infinito che si manifesta anche in una installazione lignea a forma di serpente uroboro, che emette una fluorescenza rossastra non per illuminazione propria, bensì per effetto di una riflessione. È un’installazione interattiva, dal momento che, quando l’osservatore si avvicina, dalla prossimità di lingua e coda appare un lampo causato proprio dal movimento. La percezione delle opere, mutevoli per loro natura, si caricano anche dell’alterazione proveniente dal contesto circostante. Un dialogo che lega in maniera diretta le opere di Nino Alfieri con la video-installazione di Eleonora Roaro che, a intervalli regolari, genera un flash luminoso che invade la stanza. Si tratta video di un secondo di video alternato a frame neri, che variano in merito alle tempistiche. Si tratta di un insieme di sette pellicole della durata di un secondo ciascuna, girate in differenti luoghi preistorici della Cornovaglia, risalenti all’età del bronzo. L’opera riflette sulla presenza dell’uomo in relazione alla vita complessiva del Pianeta. La peculiarità dell’opera, quindi, si inserisce all’interno del percorso espositivo in modo dinamico, poiché, trattandosi di un video si presenta come qualcosa che deve essere osservato; d’altro canto, anche se l’attenzione è puntata su qualcosa di diverso, il fascio luminoso che emette periodicamente altera l’occhio del pubblico. La video-arte di cui si fa protagonista Eleonora Roaro condensa oggetti della storia e nuove declinazioni. La dimensione percettiva, quindi, emerge nella sua capacità di dare nuova vita a elementi ormai abbandonati. Non è un caso che la sua seconda opera sia uno zootropio in perenne movimento, al cui interno un palloncino nero si avvicina e allontana. Ultima opera, anche qui incentrata sull’effetto catastrofico della presenza umana nel mondo, è un palloncino bianco scosso dal vento, che si muove in loop. Chi guarda ha la sensazione che prima o poi debba succedere qualcosa, ma è una speranza mai soddisfatta, poiché la “catatstrofe annunciata” non si concretizza, aumentando il sentimento d’ansia avvertito. La possibilità di raccontare una narrazione complessa dandosi dei limiti – di tempo, di azione e di rappresentazione – è il traguardo a cui punta la ricerca concettuale di Eleonora Roaro, che analizza il rapporto uomo-universo riuscendo a ricavare grandi spunti di riflessione da scene studiate in dettaglio, tramite il riutilizzo di oggetti dell’archeologia cinematografica.