Visitabile fino al 22 aprile alla Villa Reale di Monza, la mostra “SAM HAVADTOY – NOBODY SEES ME LIKE I DO” s’inserisce come una grande riflessione tra passato e contemporaneità, analizzando con una serie di opere inedite i concetti di originalità e autenticità.
Originalità è una parola forte, soprattutto in contesto artistico, dove assume le connotazioni più svariate. Originale è un’opera fresca, nuova, innovativa. Al contempo, l’originalità è anche il vessillo che s’innalza contro la contraffazione delle opere d’arte. Essere originali, in qualsiasi senso lo si intenda, non può che rappresentare un traguardo inseguito con impegno e dedizione. Assume valore in un momento in cui il mondo dell’arte non è più popolato da singoli pezzi, bensì dal concetto di serialità, sintomo accertato di una memoria passata e ormai costretta all’oblio, in cui ogni opera era unica perché inimitabile. I tempi cambiano e spesso, nel vorticare infinito che comporta il salto da un’epoca all’altra, ci si imbatte nel tentativo – mal riuscito – di rendere “originali” pezzi che invece non lo sono. Lo “scandalo Modigliani” (per approfondimenti, leggere questo articolo), che ha sommerso la retrospettiva dedicata al genio livornese lo scorso anno, ne è un chiaro esempio: quadri che dovevano essere unici si sono rivelati delle copie. Più di polemiche, giustificazioni e malelingue, da un evento simile si dirama una via che regala spunti di riflessione certamente interessanti.

Sam Havadtoy (Londra, 1952) analizza come l’originalità sia anche soggetta a fraintendimento e non solo a mera imitazione. L’artista, non a caso, è stato una delle voci più interessanti del panorama newyorkese degli anni Ottanta, quando il re della Pop Art Andy Warhol sfornava senza sosta capolavori su capolavori, numerandoli. Se si pensa alla scultura antica, giunta ai nostri giorni del tutto priva di colori, allora si può comprendere come anche ciò che è originale può essere mal interpretato. “Gli storici – afferma Sam Havadtory – hanno da tempo dichiarato i marmi bianchi e i bronzi ossidati del mondo antico come capolavori. Come tali, hanno ispirato movimenti nell’architettura e nell’arte. Passarono secoli prima che si capisse che in origine non erano solo dipinti, ma a volte anche vestiti. Eppure questo ha fatto ben poco per alterare la nostra comprensione dell’estetica classica”.
Assimilati gli spunti che evincono da diatribe protratte all’inverosimile, Sam Havadtoy riesce a far emergere con la sua arte una rappresentazione diversa della contemporaneità, realizzando un progetto a lungo cullato in cui oggetti diversi (dipinti, arazzi, tele e sculture decorate) s’intersecano in un’unica, maestosa visione. “Questo – continua Sam Havadtoy – è il mio modesto modo di rendere omaggio a quegli artisti del passato le cui opere sono state distrutte non solo dal tempo ma anche da un fondamentale fraintendimento del loro aspetto originale. Villa Reale è una capsula del tempo del passato, eppure non posso fare a meno di pensare a come sarebbe oggi se fosse ancora una casa per una famiglia”. E allora Villa Reale di Monza diviene il luogo perfetto in cui esporre, punto nevralgico del dialogo tra passato e contemporaneo, copia e originale, unicità e serialità. Gli ambienti raffinati degli Appartamenti Reali diventano palcoscenico dove le opere di Sam Havadtoy calcano una scena quanto mai attuale. “La mostra di Sam Havadtoy – afferma Piero Addis, direttore Consorzio Villa Reale e Parco di Monza – s’inserisce in un programma di arte visiva presso gli Appartamenti Reali intitolato “Interference”, dove gli artisti propongono un corto circuito fra le loro opere e la sontuosità barocca e neoclassica delle sale e degli arredi. Un fenomeno, quello delle interferenze che è dovuto alla sovrapposizione, in un punto dello spazio, di due o più onde. Interferenze come algoritmi che controllano gli esseri umani, attraverso sensazioni, emozioni, pensieri”.

È un insieme stimolante e fecondo, in cui vige un imperante gioco dialettico tra contrari. Proprio per questo gli “eroi” di bronzo non sono più i protagonisti omerici, bensì Bugs Bunny e Betty Boop, icone celeberrime meglio rappresentative del terzo millennio. Il gesto creativo di Sam Havadtoy, però, non si esaurisce in maniera così semplice: riporta alla luce le caratteristiche delle antiche sculture classiche, caratterizzando i “suoi eroi” con merletti, pizzi e colore. Risultato del suo gesto originale è una sensazione di pienezza e, al contempo, di completo vuoto dell’immagine che si dipana davanti agli occhi di chi guarda. Pieno e vuoto sono quindi l’elemento strutturale dell’immagine stessa, in un ventaglio di prospettive che compongono il percorso espositivo. “A prima vista quest’allegra interferenza di Havadtoy – continua Piero Addis – così fresca, sembra quasi risvegliare o portare avanti lo spirito degli anni sessanta. I colori, l’apparente leggerezza che traspare dalla selezione dei soggetti, il trattamento frivolo, divertente, persino un po’ sfacciato che l’artista riserva agli oggetti quotidiani o agli oggetti di design; l’apparente completa assenza di qualsiasi accento drammatico o patetico, la scioltezza con la quale si appropria di ogni possibile oggetto per inserirlo nelle sue opere evocano un’atmosfera, o meglio un atteggiamento che, visto nel contesto della storia dell’arte, sembra essere legato alla Pop Art. E infatti Sam Havadtoy si porta dietro la grande lezione assimilata da uno dei suoi maestri e amici, come Andy Warhol, che ha frequentato a New York in oltre vent’anni. Grazie anche a Yoko Ono, con cui ha condiviso una parte importante della vita, frequentando il vibrante contesto artistico di quegli anni”.