La galleria Renata Fabbri Arte Contemporanea di Milano presenta, fino al 28 aprile 2018, la seconda personale di Sophie Ko dal titolo “Sporgersi nella notte“.

Sophie Ko, Polittico del cielo e della terra, pigmento puro, 2018

Gettarsi a capofitto nella notte significa andare incontro a visioni oniriche, a una vera e propria immersione nell’ignoto, alla consapevolezza che le ombre racchiudano sfumature inattese, indecifrabili, che conducono l’essere umano attraverso un percorso che non ha confini apparenti, almeno fino a quando il sole dell’alba non arriva a diradare sogni talvolta incomprensibili, restituendo i confini della coscienza. La personale di Sophie Ko alla galleria di Renata Fabbri scosta il velo del mistero, che vive dove le tenebre si mischiano con il panorama circostante, per entrare di soppiatto nel regno dell’inconscio. È a questo punto che le presunte certezze si disgregano nella interpretazione dei concetti di “sacro“, “santo” e “terra” da parte dell’artista, per quanto siano nozioni poco attuali, parole – memori di antichi splendori – ormai dimenticate. Proprio qui interviene l’azione personale di Sophie Ko, che si mette in ascolto dei sussurri ancestrali riconducibili a paure insite nell’uomo. E la paura, lungo questo percorso, è ricondotta al suo opposto: protezione, fuga e guarigione sono i gesti di cui si avvale la santità per sconfiggere l’angoscia dell’oscurità. Nella stessa maniera, sacro delimita un territorio salvifico, dove si è al sicuro da spiriti che spesso assomigliano più al riflesso di se stessi che a mostri innominabili. Un territorio che si riconduce anche alla concezione di terra, comune a ogni cultura e universalmente investita di significati importanti. È proprio mischiando le carte di questo mazzo, che assomiglia molto a una conoscenza comune, a un’enciclopedia junghiana o a un archetipo nascosto, che si svela l’arcano: quelle di Sophie Ko sono immagini riconducibili a paradigmi differenti, pur mantenendo uno stretto legame fatto di simboli e inquietudini.

Sophie Ko, San Sebastiano, pigmento e grafite, 2017

Sophie Ko attualizza tematiche ormai in disuso, scomparse, apparentemente abbandonate in virtù di nuovi idoli, presentando un gruppo di lavori scultorei e installativi inediti: l’oggetto esistente è riposizionato, tolto dalla quotidianità per assumere una realtà altra, e assume valenze allegoriche che definiscono in serie le gesta dei santi. Santa Dorotea, che lungo il martirio ricevette rose e mele da un bimbo angelico, è riletta in un’opera composta di fiori e un drappeggio in piombo, elementi opposti che convivono in maniera equilibrata, superando la mera agiografia per manifestarsi concretamente. Anche San Sebastiano, condannato per ordine di Diocleziano e trafitto da diverse frecce, rivive nell’azione artista: in tonalità oscure, brilla il colore rosso, denso e materico, tanto da sembrare il sangue sgorgato dalle ferite del santo. In mostra si trova anche il monumentale e metaforico polittico Terra e cielo, Geografia temporale carica di significati sul tema della terra e dell’ignoto ad essa collegato. Nelle opere che la compongono l’immagine e la pressione entrano in rapporto necessario con la forza di gravità, non solo come spinta disgregante, ma anche come principio formativo. La composizione del quadro è mutevole, la cenere o il pigmento cadono, il tempo segna il loro passaggio. Ma la temporalità di ciascuna Geografia temporale non coincide solo con la distruzione, con l’esaurirsi della vita: il senso dell’immagine non si consuma e la domanda dell’uomo dinanzi a essa continua a tornare. Come ha scritto Federico Ferrari: “quando tutto nel nostro tempo sembra diventato calcolabile, determinabile, dipendente dalla volontà umana, l’opera d’arte rende al mondo la possibilità che appaia l’ignoto”.