Si controlla il controllabile, ma poi c’è la vita, che è bella perché, nel bene e nel male, ti stupisce“.
Abbiamo incontrato Maria Chiara Valacchi per scoprire cosa c’è dietro a Cabinet, associazione non-profit che da otto anni s’impegna a proporre mostre nel contesto milanese. Oltre a offrire rassegne di grandissimo livello, che coinvolgono artisti internazionali inediti in Italia, Cabinet è di certo il fiore all’occhiello di un mondo (quello del non-profit) tutto da esplorare. Siamo stati accolti nello spazio di via Alessandro Tadino per fare qualche domanda alla co-fondatrice di Cabinet, compiendo il primo passo per avvicinarci alla “terza via” della curatela.

Credits: Filippo Armellini

Com’è nato lo spazio Cabinet?

Cabinet è uno spazio non-profit nato nel 2010 da una mia idea e di Antonio Di Mino. Creato per soddisfare l’esigenza personale di esplicitare una precisa corrente curatoriale, che per vari motivi, non sentivo di aver espresso appieno. Fino alla creazione di Cabinet avevo già curato diversi progetti, sia in ambito privato che istituzionale, che non adempievano al mio gusto critico dato che nei musei si è vincolati da determinati fattori ufficiali mentre nelle gallerie bisogna prendere in considerazione gli artisti sia da un punto di vista commerciale che di programmazione. Dopo l’apertura in via Rinaldo Rigola, ci siamo spostati in via Alessandro Tadino 20 in uno spazio caratterizzato da una grande vetrata, in modo tale da far convivere le opere con la luce naturale. Diciamo che è stato un tentativo di scardinare la concezione del White-Cube come elemento del tutto asettico, donandogli delle sfumature nuove, che potessero mutare in base all’atmosfera, ai cambiamenti estetici esterni. Abbiamo iniziato a coinvolgere artisti sempre più importanti, rispettando un format fisso di double shows che mettono in relazione pittura e installazione.

Poi avete creato Studiolo…

Sì. In parallelo a Cabinet c’è un’altra realtà che si chiama Studiolo, anch’essa inizialmente non-profit (oggi è una Srl) e gestita solo da Antonio Di Mino. Studiolo inizialmente era dedicato a piccole mostre, una sorta di project-room inserita nella programmazione di Cabinet. Man mano anche Studiolo è cresciuto, diventano una galleria a tutti gli effetti gestita da mio marito, con il quale condividiamo lo stesso spazio fisico nonostante il differente approccio di intenti. Anche Studiolo ha ospitato artisti che oggi sono diventati nomi di buon livello nel panorama culturale. Si crede che spazi non profit abbiano una vita espositiva molto più agile, che possano continuare a inanellare progetti su progetti, con dinamiche underground. Con Cabinet ci siamo rivolti ad un pubblico più attento, curando nei minimi dettagli la comunicazione della nostra realtà per dare al non-profit una visione più professionale e consapevole.

Maria Chiara Valacchi

Perché avete scelto proprio Milano?

Ho scelto Milano perché è la mia città di adozione, una realtà che conosco molto bene dal punto di vista artistico. Dalla fine degli anni Novanta alla metà del 2000, Milano aveva attribuito alla pittura un ruolo marginale, relegandola a un ambito meramente commerciale: molte gallerie basavano le proprie mostre non su una ricerca studiata, ma solo su opere che potessero essere facilmente collocate all’interno di un discorso di compravendita. Volevo spingere il pubblico ad avere una nuova attenzione verso il linguaggio pittorico proponendo artisti di calibro internazionale che facessero prima di tutto ricerca.

Qual è la visione che sta alla base di Cabinet?

Mi sono sempre sentita più vicina alla pittura, perché in un certo senso incontra maggiormente il mio gusto curatoriale. L’esperimento di Cabinet consiste nel creare un dialogo tra opere pittoriche di artisti mid career e l’elemento scultorio- installativo per creare una dinamica diversa dalla semplice contemplazione del quadro. Qui la scelta di presentare delle doppie, che sin da subito hanno avuto un buonissimo riscontro di pubblico e critica: molte testate hanno abbracciato con entusiasmo le novità espositive di Cabinet. Stiamo crescendo e durante Miart 2018 ci sarà una nuova mostra.

Come nasce un progetto da Cabinet?

È necessaria una premessa: per le nostre mostre, essendo un non-profit, abbiamo sempre agito in termini di sostenibilità economica. Non c’è mai capitato che un progetto richiedesse più di un paio di migliaia di euro. Questo perché lavoriamo con il massimo supporto sia degli artisti che delle eventuali gallerie che li rappresentano. Lavoriamo da soli alla comunicazione delle esibizioni, e per motivi di qualità tanti sono i veicoli cartacei o web di settore che ci sostengono liberamente. Usiamo, invece, tantissimo i Social Network: è il modo più rapido per veicolare la nostra attività rispetto al mondo comunicativo attuale. Le nostre pagine Facebook e Instagram sono molto attive e seguite. E’ interessante che ogni mostra nasconda nuove ed inaspettate alchimie anche non previste in fase progettuale. Questo è frutto del mio apporto curatoriale: selezionare costantemente due artisti per volta, che per qualità intrinseche, connessioni o frizioni dirette – e mai sotto alcuna forzatura esterna – riescano ad autoequilibrarsi. La mia voce si fa sentire solo nel momento in cui è necessario valorizzare al meglio un’opera o un’idea e mai nella cernita dei lavori; l’artista ha la massima libertà.

Quindi c’è un aspetto “casuale” nelle mostre di Cabinet?

Sia chiaro: la mia non è una scelta didascalica. Fidandomi totalmente dei professionisti che coinvolgo posso permettermi di dar loro la massima libertà, senza far seguire loro un tema troppo stretto che possa offuscare o impedire la naturale “crescita” tra opere. La scelta è sempre attenta e ponderata a lungo. Il resto è un po’ come vivere: si controlla il controllabile, ma poi c’è la vita, che è bella perché, nel bene e nel male, ti stupisce. Mi interessa supportare la visione di un artista nel mio spazio al fine di creare una corrispondenza “magica”.

Come scegliete gli artisti da inserire in Cabinet?

La scelta degli artisti è frutto di una lunga ricerca: giriamo fiere, facciamo “studio visit” e visitiamo “open studio” presso alcune residenze d’artista e giornalmente studiamo le figure creative da inserire nella nostra programmazione. Cabinet ha un ciclo di progettazione abbastanza lungo: interagendo e interfacciandosi con personaggi già affermati nell’Art System bisogna imprescindibilmente sottostare ai loro precedenti impegni. Spesso mi piace lavorare con site-specific che siano rivolte verso l’altro artista invitato, proprio per questi motivi riusciamo a realizzare non più di un paio mostre l’anno.

Credits: Filippo Armellini

Cosa ricordi della prima mostra di Cabinet?

La prima è stata di MP & MP Rosado, collettivo spagnolo in dialogo con le opere di Kim Dorland, artista canadese con cui avevo già collaborato precedentemente. Poi abbiamo esposto molti altri nomi inediti in Italia: Karsten Födinger e Pieter Vermeersch, Sylvie Fleury e Alexander Wagner, Kaye Donachie e Dagmar Heppner, Brian Calvin e Wendy White per citarne alcuni. Però la prima mostra è stata una sorta di manifesto.

Alla luce di questo manifesto ancora attuale, come si pone Cabinet nei confronti delle altre realtà in circolazione?

Rispetto ad una visione classica di istituzioni o gallerie, Cabinet non trova un collegamento preciso. Dalla sua nascita abbiamo collaborato con gallerie e con musei esclusivamente come tramite. Siamo uno spazio di studio che mostra la percezione di un artista non per fini economici, ma di ricerca. Ci sono stati collezionisti che si sono interessati ad alcune opere, ma sono stati indirizzati verso la galleria di riferimento o agli artisti stessi. La forza di Cabinet sta proprio nel reciproco scambio d’intenti; noi ospitiamo l’artista in uno spazio che, dal punto di vista programmatico e culturale si pone ad alti livelli e gli artisti espongono lavori liberi da vincoli commerciali. Sono cresciuta, riuscendo a registrare determinati momenti e linguaggi del sistema contemporaneo coevo.