Fino al 2 giugno 2019 è possibile visitare, alla Fondazione ICA di Milano, la prima mostra personale in Italia delle scultore del tedesco Hans Josephsohn, a cura di Alberto Salvadori. L’esposizione, attraverso circa cinquanta opere, ripercorre le diverse fasi della produzione dell’artista dagli anni Cinquanta fino all’inizio degli anni Duemila. Figure, teste e rilievi dialogano con i disegni preparatori e un film dedicato alla pratica dell’artista, fornendo un percorso vasto e dettagliato.

Hans Josephsohn, large half-figure,1995, installation view, Kesselhaus Josephsohn, St.Gallen Photo: Katalin Deér, Kesselhaus Josephsohn St.Gallen Courtesy Josephsohn Estate, Kesselhaus Josephsohn/Galerie Felix Lehner, Hauser & Wirth

La vita, che per l’uomo rappresenta un impenetrabile contrappunto di forza e fragilità, è per Hans Josephsohn l’α e l’ω di tutta la sua ricerca artistica. La travagliata vicenda personale, che lo ha portato nel 1937 a lasciare il suo paese per via delle origini ebree, ha fortemente influenzato la sua produzione artistica che affonda le radici nella memoria, nella storia e nel territorio. Le sue opere non osservano da lontano la fragile relazione che coesiste nei secoli tra l’essere umano e il mondo che lo circonda, bensì la inglobano e l’assorbono, abbattendo i muri dello spazio e del tempo nei quali è collocata. Proprio per questo il lavoro di Josephsohn è un lavoro di memoria che non prende spunto di fatto dal momento presente, ma dalla sua rielaborazione interiore in quanto passato.
La sensibilità dell’artista diventa, così, ‘’incubatrice’’ di momenti e visioni che, sedimentandosi negli strati profondi della memoria, deformano e assemblano in modo mutevole volti, persone, paesaggi e dettagli. Questo processo, insito nell’ordine della natura e dell’uomo, ha caratterizzato inevitabilmente la plasticità dell’opera dello scultore, considerata anche per questo ‘’esistenziale’’. Al centro del suo pensiero l’essere umano come individuo, con e attraverso l’esperienza dell’esistenza umana in tutte le sue sfaccettature.

Hans Josephsohn, large reclining figure, 1971, installation view, Kesselhaus Josephsohn, St. Gallen Photo: Katalin Deér, Kesselhaus Josephsohn St.Gallen Courtesy Josephsohn Estate, Kesselhaus Josephsohn/Galerie Felix Lehner, Hauser & Wirth

LA MATERIA ROMPE LE PROPORZIONI

La materia svolge un ruolo primario nelle sculture di Hans Josephsohn, creando l’oggetto nello spazio e ponendolo nello stesso momento in dialogo con esso attraverso la luce. Spazio e luce costruiscono così la percezione dello spettatore, il quale, per fruire della totalità fisica della materia, deve osservarla tramite un processo circolare che, senza un punto privilegiato, permette di addentrarsi nella prospettiva di ogni singolo elemento.
Lo scultore, inteso come tale, sente lo spazio e sente il volume; questo è un dato imprescindibile anche per lo scultore tedesco, che concepisce le sue figure astratte, distorte, sproporzionate e rudimentali come presenze fisiche da toccare e alle quali è necessario camminarci attorno da diverse direzioni e distanze.
Le parti del corpo non sono rese nella loro grandezza anatomica ma sono enfatizzate per potenziarne la carica espressiva, data dalla presenza-assenzadella materia. I pezzi di gesso indurito o fresco mescolato sono aggiunti e rimossi in continuazione, così come avviene nel processo mentale di rimozione e recupero di un ricordo. Modellare diviene così una conditio sine qua non, senza la quale non solo l’artista non riesce a instaurare la forte intimità che cerca con il soggetto, ma non compie la sua singolare trasposizione dal reale che permette al suo pensiero di trasformarsi in arte.

Installation view, Biennale di Venezia, 2013, Photo: Katalin Deér, Kesselhaus Josephsohn St.Gallen Courtesy Josephsohn Estate, Kesselhaus Josephsohn/Galerie Felix Lehner, Hauser & Wirth

DALL’INDIVIDUALE ALL’UNIVERSALE. ARTE OLTRE IL TEMPO E LO SPAZIO

La sua arte non conosce i limiti del rapporto spazio-tempo, ciò che gli preme è, infatti, ricercare l’arte che resiste nel tempo e che, dall’individuale all’universale, è capace di accogliere e raccontare l’intera umanità.Un valore assoluto tra arte, spazio e tempo che lui ritrova nell’osservazione antropologica dell’antichità.
Il legame con i luoghi che ha visitato, soprattutto in Italia, è fonte ricca e viva per la sua inspirazione. La sintesi formale dei luoghi arcaici e delle arti antiche che ha visto o studiato, ha influenzato la raffigurazione dei suoi soggetti che, nel loro assemblaggio privo di idealismo ma denso di significati simbolici, ricordano la statuaria etrusca o egizia. Le sue figure appaiono come ritrovamenti archeologici di uno spazio intimo e conflittuale quanto complesso e affascinante; uno spazio che permea dentro l’animo e dentro il respiro della storia e senza il quale sarebbe impossibile testimoniare e raccontare la memoria.
Quando si osservano le sue opere non si può non pensare alle parole di Sartre o Camus e ricordare le esili figure di Giacometti perché, ad accomunare la ricerca esistenzialista di questi e altri uomini, c’è il profondo desiderio di provare a spiegare e catturare l’esistenza, che nell’eterno e costante mutare del tempo continua a sfuggire e a incantare con i suoi misteri.

Cristina Morgese