Regno Unito, fine degli anni Ottanta. Anni che hanno assistito alle controverse scelte di Margareth Tacher, alle lotte tra Hooligans fuori dagli stadi inglesi e all’omicidio di John Lennon a New York, quasi un esule lontano da casa sulle note non ancora dimenticate di “Imagine”. Sin dagli albori di quel decennio, il popolo britannico percepiva attorno a sé aria di cambiamento, aria in grado di arrivare fino al cervello mischiata alle esalazioni tossiche delle fabbriche e al rumone dei martelli pneumatici. A coprire la cacofonia della working class ci pensavano Duran Duran, Spandau Ballet e Depeche Mode, heroes che insegnavano a pensare ad altro, almeno per il tempo di una canzone, nonostante le difficoltà della classe operaia e della gente comune. Anche nel mondo dell’arte si assiste a una svolta. L’arte puramente visiva, retaggio di una rappresentazione di una realtà di ottocentesca memoria, ha ormai smesso di calcare le scene delle gallerie di tutto il mondo da decenni (escludento una manciata di autori un po’ naïf), in favore di nuove strade. A onor del vero sono stati in molti a percorrerle, tracciando correnti e aprendo porte verso mondi fino ad allora inesplorati e sorretti da domande mai poste. Tra questi, però, non si possono non menzionare gli Young British Artists.

La nascita del movimento

Gli YBAs hanno visto la luce al Goldsmiths College of Art e si può dire che siano stati i più brillanti prodotti di una fucina di talenti. Il collage britannico è stato in grado di proporre corsi innovativi, che sperimentavano nuove forme d’arte, relegando nelle vecchie istituzioni le scatole chiuse di scultura e pittura. L’ascesa degli YBAs ha come punto d’inizio Freeze, esposizione organizzata da Damien Hirst nel 1988, che riunisce il lavoro di altri studenti del Goldsmiths College of Art, tra cui Micheal Landy, Sarah Lucas e Angus Fairhurst. L’approccio “can do” (“si può fare”) adottato dagli artisti è diventato, da linea di pensiero, un motivetto protratto sia nel marketing che nella concezione stessa di arte e, quindi, di esposizione. Una sorta di unione tra un mantra e uno slogan, che abbatteva qualsiasi ostacolo si trovasse di fronte. Progetti ambiziosi e dal sapore estremamente contemporaneo, nel bene e nel male, hanno portato alla realizzazione non solo di opere ma anche di esposizioni eclatanti e sconvolgenti. Partiti da Freeze, per proseguire con interventi che si dimostrarono una via di mezzo tra galleria e vetrina, come Pharmacy Restaurant e The Shop, un negozio aperto da Tracey Emin e Sarah Lucas per pubblicizzare i propri lavori.

Unire i punti

Non c’è un unico stile che leghi gli appartenenti agli YBAs, ma ognuno di questi artisti si caratterizza attraverso le varie parti che compongono un medesimo ventaglio, aperto sulle infinite possibilità del mondo dell’arte contemporanea. Si tratta di un’era, quella introdotta dal modo di vedere degli YBAs, in cui materiali e processi si mischiano in risultati mai banali, investedo l’oggetto con tecniche diverse, riconducibili però alla stessa matrice. Si sono resi autori di installazioni perturbanti, realizzate come lavori composti da più parti che, però, occupano il medesimo spazio. Aspetti formali e costanti si fondono in una ricca produzione la cui missione è scioccare il pubblico, lasciandolo a bocca aperta. E’ questo che accomuna i difficili e complessi volti che hanno caratterizzato la corrente. I capofila (Damien Hirst, Tracy Emin e Gary Hume su tutti) si sono dimostrati sfacciati e intraprendenti, senza nessuna paura di soverchiare le regole di ciò che era già stato messo in discussione quasi un secolo prima dal concetto di anti-arte. Le loro opere si sono presentate come risposta a domade silenti, ampliando con entusiasmo i confini di gallerie e musei per includerevi animali imbalsamati; trasformare oggetti dalla storia della medicina in arte; presentare sculture realizzate con cibo fresco, sigarette o collant. Anche l’utilizzo di film, video e fotografia, già in uso in ambito artistico sin dagli anni Settanta, ha permesso di rivisitare queste tecniche. Un lavoro che saputo unire sfaccettature, sentimenti e avversioni diversi, attraversando una linea che ha condotto l’arte al ventunesimo secolo.